L’inferno di “Terranera”. Tra bambini al lavoro nei campi e “pizzo” ai migranti (video)

bimbiChissà a quanti giornalisti televisivi è capitato di alzarsi, come Malerba, alle quattro del mattino per un servizio o un’inchiesta sul “mercato delle braccia”. E’ capitato diverse volte anche a me, inviato della RAI, quando le piazze erano anche quelle del nord Italia e i migranti italiani del sud. Una volta c’erano solo i “caporali”, ora c’è la criminalità organizzata. Allora come oggi, la polizia non interviene, forse perché sa che a quei poveracci non sarà mai data un’alternativa. Guardatelo, questo trailer, in attesa che anche qualche  grande televisione decida di trasmettere “Terranera”, magari in coda ad un’inchiesta sul “contratto a tutele crescenti” (nandocan).

***di Massimo Malerba, 7 marzo 2015 – Per mesi, assieme al videomaker Riccardo Napoli, siamo stati l’ombra di due sindacalisti di strada, Alfio Mannino e Pino Mandrà, da anni impegnati nella lotta all’illegalità e alla “mafia” delle campagne. Come loro, ci siamo alzati alle quattro del mattino per raggiungere, telecamera in spalla, le piazze in cui i “caporali” reclutano illegalmente manodopera a basso costo da destinare ai campi della Sicilia orientale. Da queste piazze, ogni mattina, migliaia di lavoratori – per la gran parte migranti pagati pochi euro al giorno- a bordo di furgoni fatiscenti, partono alla volta delle campagne del catanese, del siracusano e del ragusano.
Quello che abbiamo scoperto è una realtà allucinante, fatta di sfruttamento estremo, di paghe da fame, di ricatti, di abusi; un viaggio disperante tra intere famiglie, compresi bimbi di 8/9 anni, caricati su fatiscenti pulmini destinati all’inferno delle campagne senza regole, di migranti magrebini che dormono in capanne di cartone, di lavoratrici rumene abusate dai “padroni”. Abbiamo documentato tutto, senza filtri e con immagini e testimonianze esclusive, ed è venuto fuori un docufilm di 23 minuti, realizzato grazie al contributo di Cgil e Flai, che abbiamo intitolato “Terranera”.
Abbiamo scoperto – e documentato -che a gestire questo “traffico” di uomini, donne e bambini-lavoratori, è un’organizzazione criminale siculo-rumena che impone ai braccianti un “pizzo” che può arrivare fino a metà del salario della giornata di lavoro. Significa che ogni mese, milioni di euro, finiscono nelle casse dell’organizzazione criminale. E se non paghi non lavori.
La videoinchiesta verrà presentata, in anteprima nazionale, al Teatro Sangiorgi di Catania, giovedì 12 marzo alle ore 18: “Quando i contenuti del video saranno resi pubblici, non ci saranno più scuse, non si potrà più fare finta di nulla” dice Alfio Mannino della Flai Cgil. Nel frattempo, abbiamo realizzato un trailer che anticipa i contenuti del docufilm e che proponiamo sul sito di Articolo 21.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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