Italicum per l’Europa. Caffè del 7

Non sorprende affatto che politologi come Marc Lazar auspichino per l’Italia come per l’Europa dosi più o meno moderate di populismo plebiscitario. Nè che l’Italicum, ovverosia una legge su misura per “l’uomo solo al comando”, possa piacere a chi fa oggi il buono ma soprattutto il cattivo tempo in Europa. Che c’è di meglio di una post-democrazia autoritaria, per usare la definizione recente di Zagrebelsky, per continuare ad imporre, contro ogni buon senso e protesta popolare, una feroce politica di austerity e la crescita delle disuguaglianze che fatalmente l’accompagna? (nandocan)

Mineo caffè***di Corradino MineoMario Draghi fa la voce grossa con Alexis Tsipras. Non condivido ma capisco: la BCE si appresta a ristrutturare parte del debito europeo e a stampare carta moneta violando un tabù tedesco, Draghi non può raccontare che queste misure saranno usate, come vorrebbe Varroufakis, contro evasori, speculatori e capitale finanziario. Sarebbe troppo per gli gnomi della Bundesbank e i loro segugi insediati a Bruxelles. Il governo di Syriza ventila nientemeno di ricorrere a casalighe e studenti per scovare quel quarto (sì, il 25%) dell’economia greca che nasconde le entrate e non paga le imposte. Immaginate cosa succederebbe in Italia? Bolscevichi, stato di polizia, funerale della libertà (del furto). Tuona James Galbraith (a pagina 13 di Repubblica) “Basta ipocrisia e pregiudizi, il piano di Varoufakis funziona. Ue e Bce aiutino la Grecia”. Intanto Financial Times racconta  che la caduta della disoccupazione negli Stati Uniti spinge in alto il dollaro e prepara un rialzo dei tassi. Una buona notizia per l’Europa, che spero non faremo pagare ai greci. Dopo Syriza avremmo Alba Dorata e Le Pen e Salvini. 

“Riforme, l’affondo di Renzi”, titola il Corriere della Sera, “Non cambio la legge elettorale, una parte di Forza Italia la voterà”. È  tornata la retroscenista, Maria Teresa Meli, con i virgolettati che Renzi regala giusto a lei. “La minoranza Pd è appollaiata sul no. L’Italicum non si tocca e loro possono agire come vogliono, perché la differenza è che Bersani non sa dove vuole andare, io sì. Alla fine Forza Italia voterà con noi, e se non voterà tutto il gruppo lo farà una ventina di loro (Verdini?), quello è sicuro”. Insomma il Premier può rinunciare ai decreti per Rai e Scuola, può consentire che il Pd torni un partito di iscritti e corregga le primarie, può scontentare Ncd su divorzio breve e diritti civili, correggere il pasticcio Finocchiaro sul Titolo V, ma l’Italicum non si tocca. 

Ne ho discusso ieri, con più eleganza e ben altro livello culturale, alla “Libreria” in rue du Foubourg Poissoniere, con Marc Lazar. Alla fine, ha sostenuto il fine politologo, non è così male che si scelga un premier che governi senza intralci per 5 anni. La crisi della politica è dovunque così grave che il ricorso a un leader forte, che usi dosi omeopatiche di populismo, non sarebbe poi un danno per l’Europa.  Gli ho risposto che certo, si potrebbe immaginare un sistema britannico in cui il premio di maggioranza sia legato direttamente al premier e non a ogni singolo componente della Camera dei Comuni; uno Spagnolo, in cui si torni al proporzionale per la scelta dei deputati ma si regali al candidato più votato un quinto dei deputati alle Cortes; e in Francia, sostituire il doppio turno di collegio per i membri dell’Assemblée Nationale con un premio in deputati da consegnare al Presidente della Repubblica. Se tutti prendessero lezioni da Renzi, forse Le Pen non supererebbe lo sbarranento del ballottaggio (i Francesi non le darebbero tutti i poteri), forse In Gran Bretagna e in Germania e in Spagna non ci sarebbe più bisogno delle  coalizioni a cui questi paesi sembrano destinati. Ma non esisterebbero più filtri tra Governo e Protesta. E se la crisi precipitasse in Ucraina o nel Mediterraneo, se al ceto medio non bastasse la cura Draghi per ritrovare il suo sogno, se il il pentolone continuasse a ribollire? Povera Europa!

“Italia Vaticano, cade il muro sui conti Ior”, scrive Repubblica, che oggi ci regala un graffio di Altan: “non combatto la corruzione, così non desto sospetti!” “L’invasione è alle porte”, il Giornale, “un milione di clandestini”, Libero.  La risposta? “Un blocco navale davanti alle coste (libiche). L’Italia avrebbe l’appoggio dell’ONU”, Corriere della Sera.  

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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