Per la RAI bene comune potrebbe essere la volta buona

raicavallo4Quella che Vincenzo Vita definisce “dialettica in corso” è in realtà un conflitto tra due visioni incompatibili, quella del servizio pubblico e quella del servizio privato ( degli investitori pubblicitari come degli apparati di partito), che ha sempre visto la seconda sostanzialmente vincente. Ciò che verrebbe confermato anche giuridicamente se la proposta di legge finale contemplasse il ridimensionamento attraverso la vendita di Raiway e /o  di uno o due canali televisivi, peggio ancora se al ridimensionamento si accompagnasse il controllo della governance da parte del governo. Ecco perché la RAI bene comune, decisamente alternativa sia alla RAI governativa che precedette la riforma del 1975 sia a quella lottizzata che l’ha seguita fino ad oggi, è davvero un’idea “rivoluzionaria”. Per il governo Renzi come per i 5 stelle la prima vera occasione di “cambiare l’Italia” (nandocan).

***di , 5 marzo 2015* – Se davvero si ricomincia a tessere la tela con il Movimento 5Stelle (e viceversa, ovviamente), allora può essere la volta buona. Diciamo pure forse, per mantenere senso critico e prudenza. Tuttavia, la riforma della Rai, la legge sul conflitto di interessi, una decente normativa antitrust – con l’abolizione della Gasparri e la ridefinizione del “Sic”- potrebbero avere i voti per passare. Le aperture di dialogo di Beppe Grillo vanno raccolte, senza fariseismi o inutili retoriche. Però, va colto l’attimo. E ancora una volta la Rai è l’avamposto, il laboratorio di una novità politica. L’azienda di viale Mazzini di Roma ha spesso prefigurato l’andamento della vita pubblica e delle trasformazioni in corso. Sarà così anche questa volta?

Roberto Zaccaria ha proposto dei “paletti” utili a definire i contorni della revisione del servizio pubblico. Ottimi e largamente condivisibili. In verità, gli aspetti cruciali dello svincolo della nomina del consiglio di amministrazione dalle logiche partitiche, della trasparenza delle scelte, della sottolineatura dell’essenzialità del “pubblico” nell’era digitale si rintracciano sia nella proposta di legge presentata alla Camera dei deputati da Sinistra, ecologia e libertà con Pippo Civati; sia in quella di 5Stelle. Se il governo accetterà di confrontarsi – con un suo testo, ovviamente – nella sede parlamentare, il metodo è già metà dell’opera. L’articolato depositato in queste ore da Sel con Civati, Sandra Zampa, Luca Pastorino e altri è il frutto di un lavoro lungo e complesso, diretto con perspicacia da MoveOn, movimento di cittadini finalizzato proprio al rispetto della libertà di informazione. Il confronto è ancora aperto e già nelle prossime settimane si potrà tracciare un primo bilancio. La dialettica in corso è tra il tentativo strisciante di ridimensionare sensibilmente la futura portata della Rai (anche con parziali privatizzazioni, come è il caso di Raiway); o al contrario l’ampliamento della categoria di servizio pubblico con l’idea “rivoluzionaria” del bene comune. Infatti, la cittadinanza digitale richiede la massima opportunità per tutti di usufruire delle varie piattaforme di consumo che le tecniche ci offrono e ci offriranno. Quella del bene comune è una visione storica, non un modello organizzativo. Teoria e pratica nello stesso tempo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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