I “paletti” per una riforma della Rai che aspettiamo dal 2004

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Le considerazioni e le proposte che seguono non rappresentano soltanto il punto di vista dell’ex presidente della RAI Roberto Zaccaria ma la posizione unanime di tutto il direttivo di articolo 21, di cui faccio parte. Condivisa nella sostanza, in varie occasioni, da altri movimenti e associazioni che reclamano da decenni una reale autonomia del servizio pubblico radiotelevisivo. Chi intende seriamente cambiare verso non può non prenderle in considerazione (nandocan).

***di , 4 marzo 2015* – Negli anni passati, a partire dall’infausta controriforma del Ministro Gasparri del 2004 (Legge n.112 di quell’anno poi transitata nel TU della radiotelevisione -31 luglio 2005 n.177), abbiamo presentato, con Articolo21, numerose proposte di legge in Parlamento e fuori del Parlamento sulla “questione Rai”. Abbiamo affrontato tutti i temi nevralgici dell’assetto della televisione pubblica: la missione, la governance, il finanziamento, l’antitrust e il conflitto d’interessi. L’unico grande progetto di partecipazione dei giovani e delle scuole per identificare la nuova missione della Rai è stato realizzato proprio da Articolo21.

Tutte queste proposte sono state fatte per riportare l’Italia in Europa ed evitare le procedure d’infrazione che si prospettavano minacciose.
Oggi, nel momento in cui il Governo ha annunciato di voler intervenire, abbiamo solo posto una condizione preliminare e cioè che non si scelga la strada del decreto legge. Non ci sono le condizioni costituzionali di necessità e di urgenza e la materia non lo consente. Il precedente più importante di decreto legge in materia radiotelevisiva risale al 1984 (d.l. 6 dicembre 1984 n.807), ai tempi di Craxi e in favore dell’imprenditore Berlusconi. Non sembra proprio il caso di riprendere quella strada.

Non ci pare neppure il caso, in questo momento, con il Governo che ha annunciato una sua prossima iniziativa, di presentare una nuova proposta di legge, tra le tante che si affastellano sui tavoli del legislatore. Le nostre proposte, per chi volesse consultarle, sono facilmente rintracciabili sul nostro sito.

Quella che sembra necessaria oggi è una sintetica griglia di principi capaci di realizzare una lettura “critica” dei testi che presto verranno proposti.

  1. Diciamo innanzitutto che non basta dichiarare che la riforma della Rai deve mettere i partiti fuori dalla televisione pubblica. Questo va bene. L’abbiamo detto con tanti altri fino alla noia. Vorremmo aggiungere che dalla televisione pubblica devono essere tenuti fuori, sia i partiti che il Governo. Se uscissero i primi e restasse il secondo sarebbe una iattura e non si rispetterebbe il principio enunciato dalla Corte costituzionale fin dalla sentenza n.225 del 1974. “Che gli organi direttivi dell’ente gestore (si tratti di ente pubblico o di concessionario privato purché appartenente alla mano pubblica) non siano costituiti in modo da rappresentare direttamente o indirettamente espressione, esclusiva o preponderante, del potere esecutivo e che la loro struttura sia tale da garantirne l’obiettività”. Non c’è un solo modo per realizzare questa condizione, ma ne esistono diversi.
  1. La proprietà delle azioni deve transitare dal Governo ad un altro soggetto. I poteri della proprietà sono inevitabilmente invasivi. Una fondazione va bene ma l’importante è che il suo vertice sia capace di rappresentare, al meglio, la complessità e il pluralismo (sociale,culturale,ideativo, produttivo, tecnico) della nostra società. Da quella fonte vengono scelti gli amministratori della società.
  1. Il passaggio decisivo è rappresentato dai requisiti (elevati) per accedere sia al Consiglio della Fondazione che al Consiglio della Rai. L’indipendenza si gioca su quei requisiti e sulla trasparenza delle scelte. E’ indispensabile un confronto pubblico delle candidature ed una scelta garantita al massimo livello. Credo che per offrire questa garanzia debbano impegnarsi sia la Presidenza della Repubblica che le Presidenze delle Camere, così come avvenne nel 1993. E si ricordi sempre che tutti questi soggetti hanno il dovere istituzionale di garantire le minoranze, ma non con il manuale Cencelli.
  1. Non è essenziale che resti la Commissione parlamentare Rai. Il Parlamento può esercitare in prima persona e in maniera più autorevole le competenze di indirizzo, valendosi in fase preparatoria delle sue commissioni. Le Autority possono esercitare funzioni regolamentari ma non di nomina. Non tutte hanno una consolidata tradizione di indipendenza.
  1. Due soli paletti ancora. Il conflitto d’interessi, prima di tutti. Se ci fossero dei dubbi la vicenda di Raiway insegna moltissime cose. Furono Gasparri e il Governo Berlusconi a bloccare nel 2001 la vantaggiosissima vendita agli americani di Crown Castle del 49 per cento delle azioni ed è Mediaset oggi a tentare una sorta di scalata della società. E’ indispensabile che nella legge vi siano precise incompatibilità che rendano impossibile attribuire posizioni di responsabilità nella televisione pubblica a chi versi in condizioni di potenziale conflitto con i suoi interessi.
  1. Il finanziamento infine. Il punto è tra i più delicati. Lo è ancora di più dopo la discutibilissima sottrazione alla Rai dei 150 milioni nel corso del 2014. E’ vero che c’è un’evasione intollerabile del canone. Bisogna trovare gli strumenti per superarla. Si può cercare un aggancio diverso, come si è fatto in Francia o in Germania, all’abitazione o alla bolletta elettrica. La scelta più pericolosa resta quello di finanziare la televisione pubblica con i criteri della fiscalità generale. Il Governo si troverebbe ad avere in quel caso l’ultima parola ed allora passeremmo dalla padella alla brace.

Una televisione pubblica finanziata direttamente dal Governo getterebbe alle ortiche ogni speranza di seria indipendenza.

*da articolo21.org, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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