Renzi e l’Orso. Caffè (corretto) del 2 marzo

Caro Corradino “fare i conti, ogni giorno, con la complessità” mal si addice a questo tempo “esecutivo”, come ha ben spiegato Zagrebelsky l’altro giorno a Firenze nella sua illuminante introduzione al convegno di Libertà e Giustizia sulla “democrazia minacciata”. E così pure “darsi una politica”, italiana o europea, interna o estera, in un tempo “non politico” come quello in cui ci tocca vivere e in cui  “i contrasti vengono ridotti alla contrapposizione tra il voler fare e il voler impedire di fare”. Il tempo “tecnico” e “non politico” che stiamo vivendo – non soltanto in Italia – “è il tempo delle banalità politica e, parallelamente, dei ‘politici’ banali”. E se perfino i “professoroni” sono mal sopportati, perché a te (o a me) dovrebbe toccare un destino migliore? Ma se fossi stato anche tu a Firenze, ne avresti incontrati tanti che condividono i cinque punti da te indicati per una politica estera adatta al momento presente (nandocan) 

Mineo Corradino alganews***di Corradino Mineo2 marzo 2015 – Ognuno è misura di tutte le cose… Sì, lo so, Protagora diceva l’uomo. La differenza è di taglia. Però, nella crisi, ciascun uomo ritiene di riassumere in sé ragioni e dolori dell’umanità intera. Così Giachetti, con seguito di droni renziani, vorrebbe cacciare le minoranze Pd perchè non ostacolino il salvatore. 5Stelle e ex Pd pretendono che chi sta in Parlamento faccia cadere il governo, senza dire per fare cosa e con chi. Poi ci sono gli abilitati, illusi e traditi che leggono merito e capiscano abuso, sulla loro stessa pelle. Gli esodati, che si sentono, e sono, metafora dell’esclusione. Ci sono, anche a sinistra, quelli che diffidano dei migranti, perchè sono diversi. Quelli che temono i fascisti nostrani più di Jihadi John. Quelli che hanno letto due libri (di economia, non di diritto nè di storia) e dicono come Josè Arcadio Buendia: Hoc est simplicissimum, basta uscire dall’Euro! Quelli che invece leggono il Sole e vedono la luce in fondo al tunnel. Tutti questi uomini, così diversi e così simili, hanno buone ragioni per non sopportare il mio povero Caffè. Non li soddisfa, non gli offre la soluzione desiderata e dunque gira intorno al problema, per viltà o sordido interesse personale.

Comincio a credere che i social network non siano luogo adatto per diffondere queste note che provano a fare i conti, ogni giorno, con la complessità.  Operazione illuministapolitica, ma non nel significato che oggi si dà alla politica come contesa da stadio tra giallorossi e juventini. A proposito, mio figlio m’ha pagato il biglietto in curva, ma non mi tengo ancora bene in piedi e forse dovrò rinunciare.

Basta. La notizia oggi è russa. “Un oppositore di Putin assassinato ai piedi del Kremlino”, Le Monde. “Migliaia in marcia per piangere Nemtsov che criticava Putin ed è stato assassinato”, Financial Times. “L’opposizione a Putin si rafforza con una grande marcia di protesta”. El Pais. “L’opposizione sfida Putin: ora non ci fai più paura” La Stampa. Mentre il Corriere della Sera denuncia, con Panebianco, “le relazioni imbarazzanti” degli amici italiani di Putin. E, con Severgnini, “Il fiore di Renzi (da spiegare)”, si chiede perchè l’ambasciatore italiano non sia già andato, insieme a quelli di Francia e Germania a deporlo quel fiore, sul luogo dell’attentato, il giorno stesso della protesta.

Renzi va a Mosca per chiedere aiuto. La Russia serve per la guerra contro i tagliagola giunti fino in Libia, a due passi dalle nostre coste. Putin può togliere il blocco che paralizza il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Putin può orientare il generale egiziano Al Sisi, può dare a Obama il coraggio di osare nonostante stia per partire in America la lunga battaglia per la scelta del suo successore.

Ma Putin non è il nemico peggiore dell’Occidente? Questo ha detto un imbecille che fa funzioni di ministro nel governo di sua Maestà britannica. E Putin è certamente il capo di una democrazia autoritaria che in nome della родина (rodina: patria) accetta l’eliminazione fisica degli oppositori.

Che fare? Darci una politica estera europea. Primo: niente armi Nato al confine con la Russia. Secondo: Autonomia federale alle popolazioni russofone dell’Est,collaborazione economica, in Ucraina, tra Europa e Russia. Terzo: fine delle sanzioni alla Russia ma chiedendo in cambio un rispetto dei diritti civili e delle opposizioni di tipo europeo. Quarto: energico appoggio a Obama perchè respinga le pressioni di Netanyahu contro il negoziato con l’Iran. Quinto: riconoscimento immediato dello Stato Palestinese, perchè al tavolo del negoziato bisogna spingerci gli Israeliani. Parlate d’altro, se preferite, e lasciatemi alla mia pazzia.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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