Vai alla barra degli strumenti

Quei piccoli Stati baltici tanto cattivi con Mosca

La presenza della flotta russa nel balticoPer quanto riguarda il fermento anti-russo in Polonia, ho anch’io un ricordo personale. Nel 1971 mi trovavo per lavoro nei pressi del famoso santuario di Czestochowa. Un sacerdote del monastero mi stava accompagnando con la sua auto per un breve tratto di strada quando venimmo fermati dalla polizia locale per un’accurata ispezione. “Lo fanno spesso – mi spiegò poi il prete – perché temono che nascondiamo a bordo la statua della Madonna miracolosa e la portiamo in giro nei villaggi per sobillare il popolo contro di loro”. Vera o fantasiosa che sia la spiegazione, è un fatto che il culto religioso ha svolto per secoli, lì come altrove, un ruolo di primo piano nel mantenere accesa la fiamma del nazionalismo e il desiderio di ribellione all’egemonia altrui. I popoli occidentali come il nostro, relativamente secolarizzati rispetto ai vicini di altra lingua e religione, farebbero bene a non dimenticarlo se vogliono mantenere la pace (nandocan). 

***di Michele Marsonet, 1 marzo 2015* – E’ noto a tutti che, nella crisi ucraina, la Polonia e i tre piccoli Stati baltici hanno assunto una posizione anti-russa assai marcata, direi più in sintonia con gli USA che con la Germania e altri Paesi europei. Non solo. Si rammenterà che nel recente accerchiamento di truppe di Kiev da parte dei filorussi nella parte orientale del Paese, secondo alcune fonti vennero intercettate nella sacca conversazioni in inglese e in polacco.

In situazioni di questo tipo è sempre difficile verificare l’attendibilità di notizie simili, poiché la guerra si basa anche sull’intelligence, e le informazioni false sono all’ordine del giorno. Occorre tuttavia chiedersi per quali motivi baltici e polacchi siano tra i sostenitori più entusiasti dell’espansione della Nato a oriente e dell’inclusione dell’Ucraina tanto nell’Alleanza Atlantica quanto nell’Unione Europea.

Le ragioni sono ovviamente storiche. Per quanto riguarda la Polonia, il fermento anti-russo è sempre stato forte, già ai tempi dell’impero zarista e ben prima della creazione dell’Urss. E’, ovviamente, qualcosa che si fonda sul sentimento nazionale a lungo represso, anche se si può notare che i polacchi avrebbero motivi almeno altrettanto forti per diffidare dei tedeschi i quali, assieme ai russi, hanno da sempre stretto il loro Paese in una morsa.

Nelle tre repubbliche baltiche si pone invece la questione delle minoranze russe. Innanzitutto si deve notare che i russi nell’area baltica sono sì minoranza, ma molto corposa. In Estonia circa il 15% della popolazione, in Lettonia circa il 33%, in Lituania circa il 12%. I tre stati sono molto piccoli, con una popolazione a volte inferiore a quella di una media regione italiana. Ne consegue che minoranze di quelle dimensioni rappresentano comunque entità significative da ogni punto di vista.

Sappiamo anche che, tranne rare eccezioni, la loro presenza è dovuta alla russificazione forzata degli stati annessi dall’Unione Sovietica. Stalin fu il principale artefice dell’operazione. Il dittatore georgiano era sempre particolarmente attento alle questioni linguistiche, tanto da scrivere persino un libro, “Il marxismo e la linguistica”, venduto in milioni di copie sia nell’Urss sia all’estero. In Italia fu tradotto e pubblicato per i tipi di Feltrinelli.

Stalin era meno rozzo e incolto di quanto oggi si voglia far credere. Si fidava certamente dei carri armati e degli aerei da combattimento, ma nello stesso tempo comprendeva bene che la cultura gioca un ruolo essenziale nella conquista del potere. Adottò quindi una politica di russificazione basata anche sulla lingua e, in tempi relativamente brevi, il russo divenne l’idioma ufficiale in tutto il territorio sovietico.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale il problema si pose anche per le nazioni satelliti che entrarono a far parte dell’impero sovietico. Non si abolirono le lingue nazionali (impossibile farlo, per esempio, con i tedeschi della ex DDR), ma venne comunque imposto il russo come seconda lingua ufficiale. Per un lungo periodo di tempo esso fu una delle lingue più parlate in Europa, anche se è facile immaginare che nella parte orientale del nostro continente tale situazione non destasse particolari reazioni di felicità.

Un’operazione di tali dimensioni è comunque destinata a lasciare tracce permanenti e ben visibili. Sperando di non annoiare i lettori ricorro a due esperienze personali piuttosto recenti. Recatomi per ragioni di lavoro all’università di Vilnius in Lituania, mi resi conto che in ambito accademico si usava comunemente l’inglese. Ma fuori, in bar, ristoranti e negozi vari si sentiva poco lituano e molto russo. Mi accadde addirittura quando, alla partenza, dovetti cambiare in euro la valuta locale che mi era rimasta. Entrambe le addette parlavano tranquillamente russo.

Cambiando area geografica, trovai la stessa situazione nel Caucaso. In visita all’università di Baku nell’Azerbaijan, altra repubblica ex sovietica e ora stato indipendente, la situazione era ancora più chiara rispetto a Vilnius. Là l’azero si parla solo nelle campagne. Nelle città la lingua assolutamente predominante è tuttora il russo. Non solo. Parecchi colleghi non parlano neppure inglese, per cui occorreva chiamare un docente che lo conoscesse e traducesse la conversazione dal russo in inglese e viceversa. Per farla breve, la lingua ufficiale dello stato è l’azero, quella realmente parlata il russo.

E’ un fatto che il russo abbia mantenuto in tutti i Paesi dianzi citati una diffusione molto ampia. Estone, lettone, lituano (e azero) sono rimaste lingue di nicchia, il russo no. Certamente questo è dovuto alla russificazione forzata, ma ci sono altri fattori da cui non si può prescindere. La storia in primo luogo, giacché la Russia ha una storia da grande nazione, del tutto comparabile a quella tedesca, inglese, francese o italiana. In secondo luogo le dimensioni geografiche, incomparabilmente superiori a quelle delle tre piccole repubbliche baltiche. E infine la cultura: letteratura, arte e filosofia russe sono conosciute in tutto il mondo.

Non è una buona idea costringere le minoranze russe a sostenere esami di lingua e cultura estone, lettone o lituana. Si rischia di scatenare reazioni – già avvenute – da parte del governo di Mosca e per ottenere che cosa, in fondo? La garanzia che queste consistenti minoranze imparino lingue così poco diffuse? Senza scordare – e i russi non lo dimenticano certamente – che proprio nei Paesi baltici i nazisti riuscirono a reclutare con una certa facilità molte divisioni di SS che ben si comportarono in combattimento contro le truppe sovietiche, riuscendo pure a sfruttare un antisemitismo che in quell’area è sempre stato fiorente.

La mia impressione è che baltici e polacchi appoggino senza riserve la politica di Obama nell’Est europeo temendo di ritrovarsi di nuovo alle porte le colonne di tank dell’epoca sovietica. Ritengo però che Mosca stia semplicemente lottando al fine di mantenere una sfera d’influenza che per i russi è tradizionale, senza pensare a nuove imprese imperiali. E la continua espansione Nato crea una situazione di tensione che si potrebbe evitare con un minimo di ragionevolezza.

*Michele Marsonet, Prorettore alle Relazioni Internazionali dell’Università di Genova, docente di Filosofia della scienza e Metodologia delle scienze umane. Da RemoContro. Il grassetto è di nandocan.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: