“Lo sai che ce la facciamo a privatizzare la Rai per decreto?”

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***di , 26 febbraio 2015* – In pieno agosto un alto dirigente Rai passava davanti a Palazzo Chigi dove all’epoca sedeva Massimo D’Alema. Lo fermò l’economista, poi deputato, Nicola Rossi, consigliere economico del presidente, per dirgli : “Lo sai che ce la facciamo a privatizzare la Rai per decreto?” Il dirigente si pulì gli occhiali, sorrise e salutò. Non successe nulla. Però l’idea di cambiare profondamente la struttura della Rai anche per decreto non è nuova. Del resto, come dimenticare che esponenti autorevoli dell’Ulivo, nonché giornalisti e anchor man  Rai e non Rai sostenevano la necessità di mettere sul mercato due delle tre reti di Viale Mazzini? Che così si riduceva a gestire col suo apparato una sola misera rete. Non parlo di ciò che farà Matteo Renzi perché ancora se ne sa assai poco, in fondo, e perché non ho ben capito come si possa ridare all’ente radiotelevisivo di Stato una forte impronta di servizio pubblico (benissimo) riducendo però della metà il suo già modesto ed evaso canone (sbalorditivo). Miracoli dell’illusionismo o del trasformismo. Vedremo.

Tutto è possibile in questa Italia, anche che il Job’s Act realizzi “tutele crescenti” e poi ci siano aziende (il Call centre sentito l’altra sera da Massimo Giannini per Ballarò) che i tutelandi li licenziano in gran prescia e buonanotte.

Finisco con la faccenda dell’acquisto di Rai Way da parte di una società collegata a Mediaset e del governo che subito si è affrettato a ribadire il limite invalicabile del 51%. Mi pare che persino le pur deboli regole antitrust vietino un simile pasticciaccio. Ma, ripeto, tutto è possibile. Persino che Maurizio Gasparri se la prenda fieramente con Renzi perché l’ha sfottuto per l’omonima legge. Mesi fa io scrissi sull’”Unità” (ormai sepolta dopo giochi e giochetti sulla pelle dei redattori e della storica testata da parte del Pd) che si trattava di una “legge infame”. Ebbene, leggo per caso in un resoconto d’aula del Senato che il senator Gasparri se l’è presa fieramente per quell’”infame!” rispondendomi con veemenza. Del resto fu lui a gambizzare la Rai non avallando la vendita di un 49% di Rai Way già avvenuta ai texani di Crown Castle con 724 miliardi di lire (del 2001) depositati prontamente in banca. Alle nostre rimostranze rispose garantendo che avrebbe trovato lui acquirenti migliori. Li avete visti? No. Forse pensava al Cavaliere oggi ex. A me questa storia di Mediaset/Rai Way ha tanto l’aria di un ballon d’essai. Però vediamo.

*da articolo 21. Vittorio Emiliani,giornalista,scrittore e politico, è stato anche consigliere d’amministrazione della RAI. Il grassetto è di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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