Un caffè con la febbre alta.

“Una sfida sul merito delle riforme”, il “vasto programma” a cui accenna Mineo, a conclusione del  suo caffè con la febbre alta (influenza, immagino, auguri), è anche tra gli obbiettivi del “Coordinamento per la democrazia costituzionale” costituito due giorni fa, di cui ho scritto ieri sul blog. Hanno già aderito associazioni, movimenti, sindacati, ma anche parlamentari del Pd, tra i quali lo stesso Mineo , che però non ne parla, perché? (nandocan) 

Mineo Corradino alganews***di Corradino Mineo26 febbraio 2015  – Certo che sono soddisfazioni per un direttore come De Bortoli che sta per lasciare: il titolo che ieri aveva solo il Corriere oggi rimbalza su tutti i giornali. Stampa: “Mediaset vuole le antenne Rai”. Il Giornale: “Berlusconi ci mette 1,2 miliardi”. Repubblica: “Rai Way, il governo blocca mediaset”. Libero: “Il Cav muove le torri e dà scacco a Renzi”. Il Fatto quotidiano: “Mediaset Renzi”.

Che succede? È saltato il Patto del Nazareno, Renzi ha ottenuto che Berlusconi gli facesse passare l’Italicum al Senato (dove non avrebbe avuto i numeri) e, in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, si è liberato di lui, la destra è in crisi d’identità, nè Salvini nè Grillo sono un pericolo per il premier. Naturale che scattasse il piano B.(come Berlusconi) Grazie al monumentale conflitto d’interessi che stiamo subendo da un quarto di secolo, il Caimano può allungare le mani sull’intero comparto della televisione digitale (con ricadute anche sulla telefonia) e sul mondo delle case editrici (Mondadori. Rizzoli).  La borsa approva. Il governo obietta, ma con voce flebile. Da tempo si va dicendo  che privato è sempre bello e il pubblico la zavorra d’Italia, come sostenere ora che i ripetitori debbano restare pubblici? Sapremo presto se Renzi dovrà cedere su Rai Way tutta a un privato o se, come scrive Claudio Tito per Repubblica,  “L’obiettivo (Mediaset) non è (tanto) la compravendita, ma prepararsi proprio al riordino del settore”

In questo contesto cade la riforma della Rai, promessa ad horas dal primo ministro. Si tratta di ridare al governo il potere di nomina del vertice operativo dell’azienda e a Istituzioni di Garanzia, anzichè al Parlamento (lottizzazione), quello di un vertice ristretto (5 persone). La Rai liberata dai partiti. Viva. L’importante è che quei 5 nomi vengano scelti sulla base delle loro storie, di capacità conclamate e della loro indipendenza. Altrimenti la riforma servirebbe solo a ridare la Rai al governo. Per la verità sarebbe giusto che anche i dipendenti dell’azienda e la comunità dei cittadini che pagano il canone avessero un loro diritto di parola. E poi c’è il problema del merito, del cos’è e cosa fa: lasceremo alla Rai autonomia, un margine operativo per pensare programmi non omologati agli spot pubblicitari, e un’informazione che abbia il coraggio di cercare la verità? Senza questi Rai diverrebbe presto una piccola cosa, ai margini del nuovo duopolio televisivo, Sky Mediaset.

Ieri avevo la febbre alta quando, per oltre un’ora, ho ascoltato la ministra Giannini, in commissione Istruzione, sulla riforma della scuola. Con tutte le persone – mi ero detto – che vorrebbero sapere che ne sarà degli abilitati, se resteranno i supplenti, come si organizzerà l’organico funzionale, chi deciderà se un insegnante ha diritto all’aumento di merito, e, più in generale, quale sia l’idea di scuola che il governo fa propria, ne avrò da raccontare! Purtroppo non ho capito nulla, mi è parso che la ministra non sapesse, che invece di una riforma stesse parlando di toppe da mettere qua e là, un po’ d’inglese e di educazione musicale, gli industriali in gita a scuola. Alla fine nessuno si è ribellato. Dunque non ho capito io: maledetta febbre.

Questo è un governo extraparlamentare, Renzi non si fida delle Camere (luogo della Palude), procede per decreto o legge delega. Convoca deputati e senatori del Pd per discutere di tutte le riforme, un’ora per riforma. Non è serio, ha ragione Bersani. E allora? Lamentarsi non serve. Da Landini a Rodotà, da Tocci a Cuperlo, dai costituzionalisti non rassegnati a chi vuole un’informazione libera, tutti insieme dovremmo lanciare una sfida sul merito delle riforme. Vasto programma, lo so. Ma indispensabile.  

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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