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Mondadori verso Rcs. E poi qualcuno si stupisce se siamo finiti al 73° posto…

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“Il pluralismo non c’entra, si tratta di tralicci”. Non sorprende il commento di Giovanni Toti, portavoce delle aziende associate Fininvest&Forza Italia, a proposito dell’OPA di Mediaset per Raiway. Un punto di vista, del resto, largamente diffuso, tanto è vero che informazione, cultura e spettacolo vengono abitualmente trattati come i prodotti commerciali a cui è affidato il loro finanziamento. Le aziende in Italia sono “sottodimensionate”, quindi ringraziate Berlusconi se Mondatori vuole papparsi RCS e Mediaset fare altrettanto con gli impianti di trasmissione RAI. Ma il governo, ingrato, rammenta che “anche considerata l’importanza strategica delle infrastrutture di rete, un Decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri del 2 settembre 2014 ha stabilito di mantenere in capo a Rai una quota nel capitale di Rai Way non inferiore al 51 per cento”. Insomma, il solito “giallo”, dato che una svista di Mediaset in un’operazione che mira esplicitamente ad acquistare i due terzi del capitale appare poco credibile. Una prova di forza, incoraggiata dalla generosità dimostrata finora dal governo per l’iniziativa privata?  Oppure solo una speculazione in borsa? (nandocan)

***di , 25 febbraio 2015 – Il buio nell’anima”, il titolo di un film con Jodie Foster di qualche anno fa, esprime bene la sensazione che si prova di fronte all’ipotesi (già consumata?) dell’acquisizione di RcsMediaGroup da parte di Mondadori. Si tratta di un’operazione clamorosa, già ampiamente criticata con toni gravi e condivisibili da autori e intellettuali dei diversi marchi della Rizzoli preoccupati per l’autonomia delle diverse collane. Ed è un cataclisma talmente abnorme che persino le ovvie preoccupazioni –pensiero unico, omologazione, diminuzione dello spirito critico- paiono sottodimensionate. In verità, è uno strappo di violenza inaudita, che porta alla formazione di un gruppo in grado di controllare il 38% almeno del mercato del libro, diventando un caso unico in Europa.

Come lo è la proprietà di reti televisive nazionali da parte di Mediaset. E poi qualcuno si stupisce se siamo finiti al 73° posto nella classifica della libertà di informazione stilata da “Reporters sans frontières”: tra conflitti di interessi, trust, censure e attacchi ai giornalisti da parte della criminalità organizzata. E ci mancava pure la prova di forza (?) in uno dei settori di maggiore delicatezza della cultura, come ha rilevato il ministro Franceschini. Tutto ciò, tra l’altro, si inquadra in una situazione particolarmente sofferta e delicata del libro. Parlano con chiarezza i dati forniti dall’apposita indagine svolta dall’Associazione italiana editori (AIE) per il 2014. Calano dal 43%  del 2013 al 41,4% gli italiani con più di sei anni che leggono almeno un libro all’anno; -3,8% il giro d’affari, -6,5% le copie vendute (dati Nielsen). L’ebook non è decollato ancora veramente e le librerie non legate alle grandi catene sopravvivono appena o sono in agonia. Fortunatamente, non è caduta nella tagliola delle liberalizzazioni – quanta ideologia sotto questa parola, come se i piccoli esercizi fossero la stessa cosa dei potenti della finanza- la legge Levi varata la scorsa legislatura tesa a calmierare gli sconti selvaggi. E sempre le cifre offerte dall’Aie mettono in luce quanto la parabola sia discendente da diversi anni: rispetto al 2010 si sono persi quasi 600 milioni di euro. In un settore debole e in fase di consistente trasformazione tecnologica, il danno della concentrazione si fa sentire pesantemente, diventando un ulteriore fattore di crisi. Si mina, infatti, l’esistenza di molte case editrici che  rischiano di dover lasciare il campo. Di fronte ad una simile concorrenza sleale chi è in grado di resistere, in un universo che ha vissuto sempre pericolosamente sotto il predominio di pochi?

Nel disastro annunciato non si ha contezza di iniziative puntuali delle Autorità competenti. L’Antitrust per ciò che sta nelle sue funzioni. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, in osservanza del comma 2 dell’articolo 43 del Testo Unico del 2005, ripreso dalla stessa legge Gasparri dell’anno precedente. Che intende fare l’Agcom? Non è lecito assistere inerti a simile tregenda. L’art.43 prevede, del resto, una sequenza di azioni: dall’indagine istruttoria all’intervento coercitivo. Insomma, come dice il documento degli autori, “Questo matrimonio non s’ha da fare”: perché la produzione culturale si regge su tante tessere originali di un mosaico complesso, quanto è affascinante e irriducibile al comando unico  la scrittura. Ora, magari, si capisce un po’ meglio il motivo della vendita di 377 milioni di azioni da parte di Fininvest dopo i successi di Borsa della pur affannata Mediaset.  Accidenti, è il capitalismo all’italiana.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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