O la democrazia o l’euro?

050600704-c06120d5-81b6-4f94-be70-8c325e57b510Una unione politica vera e democratica è possibile, dunque prima o poi si farà. Una unione europea senza democrazia era quella immaginata da Hitler e nessuno Stato europeo, tanto meno la Germania di oggi, potrebbe accettarla. L’Europa federale è oggi  un bel sogno, ma è anche il cammino segnato dalla storia. La politica e la cultura l’hanno avviato e non saranno i banchieri a fermarlo (nandocan)

***di Alessandro Gilioli (Piovono rane), 24 febbraio 2014 – Il successo o l’insuccesso di Tsipras viene seguito in Italia con il consueto atteggiamento da curva sud, specie (ma non solo) da parte di quanti si augurano un suo fallimento, un suo “tradimento”, quindi una spaccatura di Syriza con il suo conseguente tracollo: e magari il ritorno alla vecchia e corrotta coalizione centrodestra-centrosinistra che ha portato quel paese nella palta in cui si trova.

Tuttavia fra quelli che pronosticano un flop del nuovo governo di Atene non ci sono solo i nostalgici dell’establishment, ma anche gli antieuro, la cui tesi è che Tsipras può solo fallire se resta nei vincoli della moneta unica.

È questa ad esempio la tesi del più noto antieuro italiano, Alberto Bagnai, che ne scrive oggi sul “Fatto”. Anche se per assurdo la Grecia avesse ottenuto tutto quello che chiedeva, dice Bagnai, nel giro di poco tempo «si sarebbe trovata alla casella di partenza: senza aggiustamento di cambio, qualsiasi aumento di reddito si sarebbe rivolto a prodotti esteri; l’aumento delle importazioni avrebbe mandato in rosso la bilancia dei pagamenti imponendo il ricorso al debito per pagare i fornitori esteri». Continua Bagnai: «Il problema greco è e resta la rigidità del cambio, implicita nella moneta unica».

La tesi di Bagnai è semplice e tutto sommato “tecnica”. Quella che invece emerge dal giro di pareri sulla Grecia proposto oggi sul “Foglio” è ancora più allarmante. Dice ad esempio Michele Salvati, economista non certo contro l’euro e già deputato del Pd: «Le politiche proposte da Syriza sarebbero pure fattibili, ma fuori dall’euro»; infatti il dominio della Germania «pone di fronte a un quesito difficilissimo quei partiti che per andare al governo giurano fedeltà alla moneta unica ma promettono politiche che si scontrano con quell’impostazione dominante».

In altre parole, dice Salvati, se stai nell’euro devi obbedire alle imposizioni della Germania ed è quasi impossibile fare diversamente.

Una conclusione simile è quella a cui arriva, sempre intervistato dal “Foglio”, anche Stefano Fassina: «Se la Grecia intende rifiutare le politiche mercantilistiche e di svalutazione del lavoro scolpite nelle regole comunitarie – che a loro volta sono frutto di equilibri politici ben precisi – la Grecia non ha alternative a quella di uscire dall’euro».

La questione, ne converrete, trascende Atene. E apre un dibattito che potrebbe riguardare presto tutta l’Europa, a partire dal suo Sud ma non solo:è possibile la democrazia, restando nell’euro? Cioè c’è la possibilità di realizzare le scelte politiche per le quali la maggioranza si è espressa nelle urne? Oppure la delega di potere che avviene dentro la moneta unica è così ampia e stringente da non consentire ai governi eletti scelte diverse da quella che vengono loro imposte da fuori, dal mix di banche centrali e potenze economiche straniere?

Guardate che non è una domandina da poco. Perché se la risposta fosse che le “democrazie nazionali” non contano più nulla o quasi – dentro la moneta unica – gli scenari che ne conseguono non sono molti: o l’implosione dell’euro o l’accettazione della fine delle democrazie nazionali. Certo, ce ne sarebbe anche una terza: un’unione politica vera e democratica, cioè un’Europa in cui non ci sono più stati ma solo regioni, pertanto totalmente solidale perché nessuna federazione fa mai fallire una sua regione. Ma questo al momento è solo un bel sogno.

Leggo in queste ore le ipotesi di riforma che il governo greco vuole proporre all’Europa: il paginone che ne ha fatto Andrea Nicastro sul Corriere riporta tutte cose molto giuste, dalla lotta alla corruzione alle tasse sull’oligarchia degli armatori, dall’imposta sugli immobili oltre i 300 mila euro di valore a quella sugli affari in nero dei petrolieri e così via.

Vedremo – e speriamo. Ma qui si sta camminando su una sottilissima lama: se quelli non ce la fanno – a trovare una quadra tra rappresentanza democratica e imposizioni dell’euro – una delle due cose è defunta: o la democrazia o l’euro. E non solo in Grecia.

Sarebbero grossi cazzi per tutti, se mi si perdona il vernacolismo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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