Matteo Renzi: ora tocca alla Rai, vedremo se per decreto o per disegno di legge

raiprivatizzazioneNuovi criteri per la nomina dei dirigenti RAI,entro marzo, forse con decreto, forse con disegno di legge. Bene, ma quali? Non quelli indicati dalla legge Gasparri. Benissimo, ma come? Matteo Renzi, intervistato ieri da Lucia Annunziata, resta come sempre sul vago. Per ora, accontentatevi dell’annuncio.  Quanto basta per scatenare il dibattito, dove ognuno, come riferisce Giorgio Santelli, giornalista di Rainews e già direttore di articolo 21, cerca di mettere i suoi paletti. Soprattutto la destra, naturalmente, che da più di vent’anni ha fatto in azienda, come si dice, “il bello e il cattivo tempo” e temono che questa, dopo tanti tentativi falliti, possa essere #lavoltabuona che le tolgono il giocattolo dalle mani. Ma anche il centrosinistra, che dalla lottizzazione ha ricevuto comunque una fetta di potere mediatico, quanto è bastato per  lasciar dormire nei cassetti qualunque riforma che si proponesse di liberare la RAI dai partiti. Infine l’Usigrai e tutte le associazioni e i movimenti da anni impegnati in questa guerra di liberazione, preoccupati, non senza fondamento, che dal controllo dei partiti si passi a quello dei governi o delle lobby, lasciando in piedi i conflitti di interessi. Come dire: dalla padella nella brace (nandocan).   

***di , 23 febbraio 2015 – Se ci sarà un Disegno di Legge sulla Rai “dipende dai tempi parlamentari” ma “il nostro obiettivo” è che la prossima governance non sia indicata con i criteri della legge Gasparri. Lo ha detto Matteo Renzi a ‘In mezz’ora spiegando: “Se ci sono i tempi per portare a casa la riforma per Disegno di Legge ci sarà, se ci sono le condizioni di necessità e urgenza faremo un Decreto come prescrive la Costituzione”.

Separiamo le questioni. Se si tratta di riformare la governance della Rai allora forse un decreto può andare bene se la logica è davvero quella di liberare le fonti di nomina dalla pressante e particolare attenzioni della politica. E l’attacco alla Legge Gasparri fatto dal Premier è in linea con quanto le associazioni per la libertà di informazione e il sindacato dei giornalisti Rai e la stessa FNSI hanno chiesto in più occasioni.

L’UsigRai afferma infatti che la riforma della governance annunciata da Renzi è un passaggio decisivo e indispensabile per la necessaria rivoluzione del Servizio Pubblico. L’obiettivo deve essere chiaro: rottamiamo il controllo sulla Rai dei partiti, ma anche dei governi e delle lobby. Quindi nuove fonti di nomina dei vertici, legge sui conflitti di interesse e certezza di risorse per garantire autonomia al Servizio Pubblico”. E, come ribadisceVittorio Di Trapani e l’Esecutivo del sindacato dei giornalisti Rai – “Gli esempi delle altre tv pubbliche europee possono aiutare a trovare la strada. Su questo non ci possono essere né titubanze né prudenze. Scelgano governo e parlamento lo strumento idoneo, ma fate presto”.

Beppe Giulietti e Vincenzo Vita di Articolo 21 sono chiari: “Bene. Allora si proceda finalmente alla riforma della Rai, dopo anni di tentativi andati a vuoto per colpe trasversali. Si liberi il servizio pubblico da ogni tipo di condizionamento: partiti, lobby, salotti e gruppi di potere. Il presidente del consiglio ha fatto dichiarazioni impegnative. Ora non può tornare indietro”. Ma per Articolo 21 non si tratta di agire solo sul servizio pubblico radiotelevisivo. “Certo, a Renzi non sfuggirà l’urgenza altrettanto stringente di regolare il conflitto di interessi e di introdurre norme antitrust nel settore. Il caso Mondadori-Rizzoli è l’ultimo esempio di una parabola distruttiva del pluralismo e della concorrenza”.

La levata di scudi dal centrodestra, che per vent’anni ha difeso la Rai dei partiti e il conflitto di interessi, fa ben pensare. Si arriva addirittura al limite delle offese personali nei confronti del Premier che viene definito ignorante, ducetto, deficente. Maurizio Gasparri è il più duro di tutti. Anche se le sue risposte “piccate” arrivano dopo la dura battuta di Renzi sul rapporto tra Cultura e Gasparri. “La Rai non è il posto dove i singoli partiti vanno e mettono i loro personaggi – aveva detto Renzi – ma un pezzo dell’identità culturale ed educativa del Paese, “allora non può essere disciplinata da una legge che si chiama ‘Gasparri”. E così attacca. “Renzi pensa di trattare la Rai come le aziende di famiglia del padre o come la sinistra ha fatto da sempre con il Monte dei Paschi. Ma finché‚ la Rai resta pubblica il dittatorello fiorentino dovrà rinunciare ai sogni di vana gloria”….

continua su articolo21.org

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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