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Outing PD

Marnetto Massimo 1***da Massimo Marnetto, 22 febbraio 2015 – Il messaggio di Renzi alla Confindustria è chiaro.

Ora un lavoratore lo potete ricattare, perché è licenziabile. Lo potete umiliare, perché è obbligato a svolgere mansioni inferiori. Anzi, se volete dare una bella  lezione a tutto il personale in caso di rivendicazioni di gruppo, potete pure procedere a licenziamenti collettivi senza grandi problemi.

Insomma, cari amici della Confindustria, con l’attuazione del Jobs Act potete fare quello che volete dei lavoratori, anche usarli per un po’ con la scusa dell’apprendistato e poi liberarvene. Ora non avete alibi, né ostacoli: assumete e licenziate a piacere, perché le tutele crescenti sono di vetro e il martello del licenziamento l’avete sempre sulla vostra scrivania.
La Confindustria ovviamente ringrazia. La destra gongola. Il patto del Nazareno – quello vero per disarticolare la Costituzione (e proteggere la corruzione) – regge benissimo.
Ma almeno un punto: positivo c’è: il PD ha fatto il suo outing, liberandosi dalla finzione di essere ancora un partito di sinistra.
Con il Jobs Act aa dignità del lavoro sarà  un campo di macerie. Presto i licenziamenti che si vedevano in televisione capitare agli altri, entreranno in casa con asettiche raccomandate con avviso di ricevimento. La classe media sarà “grecizzata”, perché è senza rappresentanza.
Il torpore degli indifferenti – quelli che “non me ne intendo di politica”, che “non voto da anni perché sono tutti uguali”,  che ammiro il Renzi “perché non guarda in faccia a nessuno” – diventerà sofferenza sociale. L’unica  molla che fa uscire di casa e andare in piazza anche gli individualisti.
Democrazia e dignità non sono scindibili. Ci aspettano tempi duri e di lotta per raggiungere nuovi equilibri tra diritti e doveri. Ma se i rapporti di forza vengono manomessi, ogni trattativa sarà una concessione dei più forti e del loro uomo solo al comando.
Che ascolta tutti con distrazione contingentata e poi agisce come se non avesse ascoltato nessuno.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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