Come difendere l’Occidente

Mauro EzioRoma, 6 settembre 2014 – “L’Occidente da difendere” è il titolo dell’ editoriale di Ezio Mauro, direttore de “La Repubblica”, apparso ieri mattina su quel giornale. Vagamente retorico, pare voler sottolineare la drammaticità dell’attuale momento storico-politico nel giorno in cui la NATO viene convocata per prendere decisioni sulla risposta da dare alle minacce aggressive della Russia in Europa e dello Stato Islamico in Medio Oriente. Occorre leggerlo tutto, quel lunghissimo editoriale, perché la prima parte può dare effettivamente l’impressione di essere puramente ideologica ma è compensata, nella seconda,  da un onesto  confronto tra realtà e mito dell’Occidente medesimo e dell’Europa in particolare. Compensata e in parte, secondo me, contraddetta, anche se Mauro non parla mai di mito, ma del “concetto di Occidente”.

L’ apertura richiama per solennità le quattro note della Quinta di Beethoven. “La guerra di Crimea riporta nel cuore d’Europa, dove sono nate le due guerre mondiali, truppe, missili, carri armati, morti, feriti, aerei abbattuti. Ritorniamo a guardare i nostri cieli e le nostre mappe con quella stessa inquietudine per il futuro dei nostri figli che i nostri padri avevano ben conosciuto”.  E il seguito non è da meno: “Scopriamo quel che dovevamo sapere, e cioè che l’anima imperiale e imperialista della Russia è eterna e insopprimibile, dunque non è una creatura ideologica del sovietismo ma lo precede, lo accompagna e gli sopravvive”.

Invece lo sapevamo, così come il dato storico elementare che l’imperialismo, attraverso i secoli, è stato praticato a turno da tutte o quasi le grandi potenze, da Ciro il grande ad Alessandro Magno, dalla Roma dei Cesari al Sacro Romano Impero, da Carlo Quinto a Elisabetta d’Inghilterra, da Napoleone a Hitler, dall’Impero cinese a quello giapponese e così via. Perfino per la Chiesa un famoso intellettuale cattolico del secolo scorso,  Emmanuel Mounier, fondatore della rivista “Esprit” ,parlava di  imperialismo “in spiritualibus”. E proprio per non escludere nessuno, ci sarà un motivo se da decenni gli Stati Uniti sono considerati in più della metà del pianeta una grande potenza imperialista.

Non secondo Mauro, evidentemente, perché a fare la differenza sarebbero “la democrazia delle istituzioni e la democrazia dei diritti”, pur con tutte le “nostre inadeguatezze, miserie, errori, abusi e violenze, perché siamo umani e perché la tentazione del potere è l’abuso della forza”. Ben detto. Fra le nostre miserie ne aggiungerei una particolarmente grave, l’ipocrisia. Cito, in proposito, un pensiero di Ernesto Balducci, scrittore e filosofo di cui Ezio Mauro avrà certamente sentito parlare. “Chi ha la coscienza acuta non riesce più a tollerare un mondo dove i valori sono diventati crisalidi verbali a cui niente corrisponde. Si dice pace e si fa guerra; si dice giustizia e si fa ingiustizia; si dice libertà e si tessono le reti di nuova schiavitù; si esaltano i valori della cultura, del pensiero, della libertà, del confronto e i mezzi di comunicazione scendono a un mercimonio volgare dove si comprano e si vendono gli uomini e le donne per pura ragione di mercato”.

Ecco, a me basterebbe che, pur difendendo e invocando i nostri principi, rinunciassimo però alla pretesa di imporre ad altri, con le buone o con le cattive, la loro “universalità almeno potenziale”, in nome della quale Ezio Mauro sembra invitarci a combattere. E che mentre per i crimini di guerra dell’ Isis giustamente condanniamo la “sproporzione assoluta tra l’inermità innocente del prigioniero e la potestà totale del suo assassino”, tenessimo un po’ più conto della sproporzione tra la potenza economica e militare di Israele e quella della Palestina occupata dal ’67 contro le deliberazioni dell’ONU. Questo tanto per fare un esempio.

Insomma vorrei che contro il fanatismo religioso, nazionalista e ideologico presente purtroppo in tutti i punti cardinali, l’Occidente tenesse a mente il famoso saggio sui “cannibali”, scritto da Montaigne nel secolo in cui attorno al suo castello infuriavano guerre di religione assai più sanguinose, ad evitare le quali il più grande filosofo della modernità  contrappone il relativismo delle fedi e degli ideali. “Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto di ogni cosa”. E questa è la lezione che l’Occidente deve difendere. Allora sì la democrazia farebbe davvero la differenza.  (nandocan)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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