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Matteo o Silvio, sfida all’OK Corral. Il caffè del 27/10

Mineo caffèDa corradinomineo.it – Matteo o Silvio, da dove cominciamo? Entrambi hanno scoperto le carte e vogliono conquistare un partito. Persino, pare, nello stesso giorno, l’8 di dicembre. Matteo vuole un Pd a sua immagine, che si liberi dei capi cordata e della cultura tardo comunista. Silvio rivuole “il suo” partito, Forza Italia come l’aveva immaginata prima dei Fini, dei Casini e degli Alfano. “Basta con l’ora legale, si deve mettere indietro la lancetta di venti anni”, gli fa dire Giannelli.

Propone un salto indietro nel tempo per non consegnare il Paese al “battutista”, come il Caimano chiama Renzi, con il disprezzo risentito che il capo comico nutre per l’attore giovane. “Berlusconi, obiettivo Renzi”, titola infatti il Giornale. E Giuliano Ferrara avverte gli Alfano dell’ultima ora: “Sarebbe miserevole e senza destino una scissione in nome del lettismo, con la presunzione di potersi riparare sotto la gonna di Napolitano, che non fa scudo ai perdenti”. Lui, Giuliano, ha sempre amato gli uomini forti: Stalin, Togliatti, Craxi, Berlusconi. Solo Ratzinger lo ha deluso, dimettendosi.

Il Fatto guarda oltre: che accadrà dopo la scissione della destra? “Letta nelle mani di Schifani”, è il titolo. L’ex presidente della Camera Alta, ieri invitato dall’associazione magistrati – Travaglio non si dà pace -, potrebbe contare su 12 senatori, da aggiungere ai 24 che hanno già firmato un documento in difesa di Quagliariello. Una pattuglia in grado di garantire la navigazione del Governo Letta, nel caso i “lealisti” passino all’opposizione.

Ma la maggior parte dei titoli sono per Renzi. “Basta con il proporzionale”, Repubblica. “Il mio Pd dirà no al proporzionale”, la Stampa. “Vinciamo anche col porcellum”; il Corriere della Sera che racconta un faccia a faccia con Guglielmo Epifani e prospetta un “nuovo asse nell’ipotesi voto”. Anche se secondo Repubblica,  Renzi non crederebbe “nel voto nel 2014”. In ogni caso: “meglio il porcellum della palude”.

Il rischio “palude” potrebbe nascondersi dietro la proposta di Donato Bruno, uomo di Schifani. Proporzionale, senza preferenze, con premio di maggioranza alla coalizione che superi il 40 per cento dei voti, o premino, non risolutivo, a chi vada oltre il 35 per cento. Giovedì Napolitano ha chiesto a Pd, PDL e Scelta Civica di portare nell’aula del Senato una proposta di legge elettorale prima che, il 3 dicembre, intervenga la Corte Costituzionale per rimediare al porcellum. Renzi teme che gli sfilino la vittoria piena alle “secondarie”, cioè alle elezioni vere, ancor prima che vinca le “primarie” del Pd. Anche Antonio Polito, sul Corriere, vede profilarsi una larga convergenza sul proporzionale, ora che il partito di B. sarebbe sul punto di dividersi

“Piano per il rientro di capitali”, annuncia il titolo forte del Corriere. Chi ha nascosto capitali all’estero, e non sia stato già scoperto dal fisco, potrebbe far rientrare il denaro in Italia, solo pagando le tasse, senza multe né strascichi penali. Anche questo un modo per far cassa, se funziona. Come le privatizzazioni. Ospite di Fazio a “Che tempo che fa?”, Saccomanni, non ha escluso che lo Stato venda azioni dell’ENI e della RAI. Anche se l’azienda di viale Mazzini resterà pubblica, ha assicurato il ministro. Pubblica, ma con capitali privati, e una gestione manageriale libera da lacci e laccioli e da  controlli pubblici. Ne ho scritto ieri. Il fiuto del giornalista spesso ci azzecca.

Ad agosto del 2012 Luigi Gubitosi (DG Rai, indicato da Monti su suggerimento dei soliti senza nome che sussurrano ai potenti) parlava ancora di radicale ristrutturazione del modo di produrre, di trasparenza della spesa – non solo del budget assegnato ma anche della spesa sotto la linea (costi industriali e del personale), prometteva di retrocedere i dirigenti inutili e di valorizzare risorse interne trascurate. A dicembre, invece, aveva già stabilito un modus vivendi con le burocrazie sindacali, seppellito lo scandalo dei notturni falsi al Tg1, sottratto al controllo del Consiglio di Amministrazione buona parte dei contratti, degli acquisti e delle assunzioni, e piazzato un buon numero di “esterni” di sua fiducia nei  posti chiave per controllare il funzionamento, le informazioni, le scelte strategiche dell’azienda. Se uno fa questo vuole vendere, scrivevo ieri. O è stato mandato in Rai, aggiungo oggi, per favorire un nuovo equilibrio televisivo tra poteri forti.

Questo proprio mentre, nel mondo, poteri forti e oscuri entrano in sofferenza. Mi riferisco alla novità del datagateNel mondo degli archivi di carta i documenti segretissimi erano tanti, ma quasi tutti parziali e non risolutivi. Il mistero dei misteri restava affidato all’intuizione del potente e alla trasmissione orale di questo tremendo sapere. Moro intuiva i segreti delle stragi, ma senza una conoscenza diretta di tanti più “fatti” di quanti non ne comprendesse Pasolini. E per alcuni esponenti delle sinistre DC, Andreotti era il capo della mafia, anche se non avevano in mano un documento che lo provasse. Per la verità un’eccezione c’è stata, ed è quella nazista: il genocidio, quello sì, veniva puntualmente registrato. Il grande fratello non aveva orrore di sé. Ma con la guerra fredda, le carte sono diventate pericolose e molte spie hanno perso la vita senza sapere per quale segreto.

Tutto cambia nell’epoca delle banche dati on line, dello spionaggio industriale super pagato, dei computer che rielaborano miliardi di dati su spostamenti dei capitali, contratti, viaggi, incontri tra persone. L’ossessione e l’illusione del controllo hanno trovato una insperata praticabilità tecnica. Dopo il 2001, poi, la lotta al terrorismo ha fornito l’ideologia, alibi e cornice, per lo spionaggio informatico di massa. Purtroppo, o per fortuna, troppi uomini, con le loro umane fragilità, registravano e registrano dati sensibili. Troppo facile è capire cosa stai maneggiando: basta un po’ di intuito e un buon motore di ricerca. E troppi paesi (e grandi industrie e banchieri) non vedono perché il monopolio del  controllo delle menti spetti a un paese non più leader dell’economia e che non riesce più a vincere le guerre che intraprende. Benvenuti nel tempo della globalizzazione trionfante, che non controlla più il suo sapere!

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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