I fratelli Taviani a Rebibbia per la targa ricordo di “Cesare deve morire”

Cesare deve morireda Massimo Marnetto, 28 ottobre 2013 – “Tutto è nato dall’insistenza di un’amica, che da tempo voleva che vedessimo uno spettacolo della compagnia di Rebibbia, finché non abbiamo ceduto, pensando di fare un’opera buona. E invece io e Vittorio siamo usciti turbati dalla bellezza e dalla potenza di quei dialoghi“.

Sono in macchina con Paolo Taviani e dobbiamo passare a prendere il fratello per andare a Rebibbia a inaugurare la targa in marmo che ricorda il loro film “Cesare deve morire”
E poi?
Beh, un’emozione così non potevamo tenercela per noi e subito ci è venuta l’idea, la voglia, l’urgenza di fare un film”
“Abbiamo mischiato tre qualità di sangue – interviene Vittorio, salito a Trastevere – il nostro, quello di chi vive la pena e quello di Shakespeare, un miscuglio di passione e decompressione, che ha liberato un’energia emotiva che non pensavamo“.
Perché il bianco e nero?
Perché il colore è la realtà, mentre il b/n è l’evocazione, l’astrazione. Volevamo togliere il chiasso dei colori per rendere intimo questo dramma senza tempo“.
Vi siete mai trovati in difficoltà a dirigere attori così “atipici”?
No, sono dei veri professionisti – fa  Vittorio -ma una volta l’ho fatta grossa. Nella scena dell’uccisione, ho detto ad un attore: guarda, qui devi esprimere tutta la pazzia istintiva che porta un uomo ad uccidere un suo simile. Lui mi ha detto che avrebbe fatto del suo meglio ed è stato bravissimo. Solo dopo ho saputo che nell’altra vita – come dicono loro – era stato un pluriomicida“.
Arriviamo, ci sono i rappresentanti delle autorità, delle guardie, la stampa e dopo tre cancelli raggiungiamo lo spazio davanti al teatro, dove ci aspettano gli attori detenuti.
Ci sono brevi dichiarazioni, sempre più vere, sempre più toccanti. “Io – fa un protagonista del film – solo quando è finito tutto ho capito che recitare è un modo per ricostruire la mia vita. Per dargli un senso anche nel “fine pena mai”. Per farmi perdonare“.
Tutti vogliono che siano  I Taviani  a scoprire la targa, ma loro – con la fermezza dei registi – comandano invece ai detenuti di essere loro a farlo e quando il telo scopre il marmo bianco, partono  gli applausi dei Taviani, delle guardie, delle autorità e degli altri detenuti presenti.
“In questo luogo – si legge nella scritta in rosso – i detenuti diretti da Paolo e Vittorio Taviani hanno realizzato il film “Cesare deve morire”, dimostrando, insieme,  che la dignità non muore mai e l’arte la illumina”.
Questo giorno non lo dimenticherò mai.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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