Ma perché Fabrizio Barca non si è candidato? Provo a rispondere.

Barca FabrizioRoma, 27 ottobre 2013 – Io credo che Fabrizio Barca non si sia candidato perché per il partito della sinistra che lui ha in mente era indispensabile un “precursore” e non un “messia”. Il PD non possiede ancora la maturità nè un’organizzazione adeguata ai compiti delineati nel  progetto di “mobilitazione cognitiva”, non è preparato ad abbandonare il ruolo di partito-Stato e alla separazione dei suoi gruppi dirigenti dalle cariche elettive delle istituzioni.

Quanto all’organizzazione, basta leggere lo statuto e i regolamenti applicati in questi giorni per rendersi conto che l’ordinamento attuale sembra costruito apposta per impedire agli iscritti di contare qualcosa nei processi decisionali. E di fatto, una volta eletto nelle primarie aperte agli elettori, il dirigente non ha nessun obbligo di confrontarsi e rispondere alla sua base fino alle primarie successive. Con liste bloccate di finti “delegati” nominati dai candidati leader per tutti gli organi collegiali, da quelli di circolo a quelli di federazione a quelli delle pletoriche assemblee dove una vera discussione è impossibile e si può solo approvare (o teoricamente dissentire tra i nominati di questo o quel leader). In sintesi si può dire che tutta l’organizzazione del partito è fondata sul criterio del “prendere o lasciare”. Agli iscritti rimane il lavoro dei “gazebo”  e della propaganda elettorale o poco di più. Altro che “mobilitazione cognitiva” e flusso continuo di idee e di proposte tra vertici e base.

La democrazia delle primarie, che in tanti abbiamo voluto per rinnovare il partito in funzione del bipolarismo, è di fatto fondata sulla emarginazione degli iscritti e sulle ceneri della democrazia interna del partito. Ecco perché il PD deve essere “rivoltato come un calzino”, come ha ammesso Fabrizio Barca ad una mia modesta considerazione in tal senso. Ecco perché questa rivoluzione può partire soltanto dai circoli che, grazie anche al “viaggio in Italia” dell’ex ministro dell’integrazione territoriale, cominceranno a riappropriarsi del loro ruolo di mediazione col territorio, aprendo ai cittadini elettori e collaborando con questi ultimi alla elaborazione di idee e proposte politiche, molto più che mettere semplicemente una croce accanto a un simbolo o a un nome. Fino ad allora continuerà purtroppo a vincere chi riesce più e meglio a dominare lo spazio mediatico, dove l’oligarchia ha collocato di fatto politica e democrazia. Alle primarie aperte dell’8 dicembre Fabrizio Barca non avrebbe vinto e in ogni caso non avrebbe avuto forza e numeri per cambiare il partito.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

0 pensieri riguardo “Ma perché Fabrizio Barca non si è candidato? Provo a rispondere.

  1. Nando, sulla gestione e l’organizzazione del partito hai ragione da vendere. Per quel che riguarda le elezioni dei segretari di federazione, ho girato qualche circolo, in questi giorni, per sostenere la candidatura di Lucia Zabatta alla segreteria romana del Pd. E ho raccolto esattamente le impressioni che tu denunci: iscritti delusi, se non indignati, per le modalità previste, file di iscritti fino all’ultimo minuto per votare e il deserto durante la presentazione delle mozioni e del dibattito, perfino il presidente della commissione, Piero Latino, che non conosce il regolamento che ha contribuito a stilare. Su quest’ultimo fatto ho scritto un post sulla pagina Fb del PD Roma, ma il risultato è stato, come prevedibile, deludente.
    Non so se sono più furioso o disgustato.
    Aspetto il congresso nazionale e poi Barca. Poi non darò più nessuna opportunità a ‘questo’ Pd. Non merita la fiducia che gli ho dato.

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