Il gioco grande del potere (presentazione del libro di Sandra Bonsanti)

Il gioco grande del potereda Massimo Marnetto, 24 ottobre 2013 – “Non è cambiato niente: gli iscritti alla P2 di ieri, sono al potere ancora oggi” Così Carlo De Benedetti apre la presentazione del libro “Il gioco grande del potere” di Sandra Bonsanti a Roma, alla presenza di Stefano Rodotà e dell’autrice.”Io – aggiunge rivolto alla sala piena – l’avrei intitolato: L’insistenza continua del malaffare, perché l’ombra inquietante di quegli anni è ancora su di noi”.

“Sandra Bonsanti ha fatto un lavoro importante con questo libro – afferma Stefano Rodotà nel suo intervento – perché tutti noi abbiamo subito un’opera di rimozione collettiva di quel periodo. Dove Stato e anti-stato hanno convissuto. Dove i servizi segreti diventavano occulti e incontrollati e quindi capaci di qualsiasi depistamento, come hanno dimostrato le sentenze dei lunghissimi processi sulle stragi.Ma l’Italia ha retto perché abbiamo avuto grandi difensori dei valori costituzionali, come Pertini, Spadolini, la Anselmi e molti altri, fino all’aviere che in una memorabile telefonata alla trasmissione “Telefono giallo” dichiarò – gelando lo studio – che le ricostruzioni ufficiali della notte della strage di Ustica non erano veritiere, come adesso – dopo 33 anni – la Cassazione ha accertato”.
“Quando la confusione e la disinformazione dilagano – esordisce l’autrice Bonsanti – occorre tornare ai taccuini dei giornalisti, testimoni dei fatti. Il mio libro è uno “scavo” nei miei scatoloni pieni di appunti, che non ho mai buttato, neanche nei traslochi. Una fatica che ho fatto con convinzione e che continuerò con altri giornalisti, affinché una ricerca comune ci renda finalmente consapevoli e quindi liberi da questi tremendi anni”.
“Quanta verità può sopportare una democrazia? – chiede l’editore di Chiarelettere, Lorenzo Fazio.
“Tutta – risponde Bonsanti – non c’è cambiamento vero senza verità”.
“Forse – chiedo – qualcosa di positivo è successo rispetto a quegli anni. Non pensate che dai Girotondi in poi, sia lentamente crescita un’opinione pubblica più esigente verso  i partiti?”
“Sicuramente possiamo dire che rispetto a quegli anni – afferma  Rodotà – possiamo dire che la Costituzione è diventata un patrimonio diffuso e difeso più dai cittadini che dai politici.”,
La Bonsanti è d’accordo e cita il lungo lavoro in questo senso svolto da  Articolo 21, Libera, Libertà e Giustizia  e da tante altre associazioni e sindacati. “La Piazza del Popolo gremita del 12 Ottobre, come quella del 2 Giugno a Bologna sono state una grande esperienza di riappropriazione collettiva della Carta che continuerà, per dire e dirci, che quella è la via maestra per risollevare l’Italia. E sottrarla dalle ombre del grande gioco del potere”..

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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