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Autocensura, liti temerarie, pigrizia professionale, intimidazioni: la difficile vita del giornalista. Intervista a Giovanni Valentini

di Gianni Rossi, 21 ottobre 2013*

GI giornalisti si interrogano su come fare questo mestiere alle soglie di un secolo dove la rivoluzione tecnologica digitale apre orizzonti sconfinati, grandi opportunità, ma anche risvolti emblematici. E il successo del nostro Forum ne è la chiara testimonianza. Non tutto il giornalismo è purtroppo disponibile ad andare alle fonti delle notizie, investigare, caricarsi della responsabilità di essere “il cane da guardia del potere”. La libertà d’informazione così è minacciata sia da tentativi da parte del sistema politico di “imbavagliare” i giornalisti e censurare il “citizen journalism” della rete; sia dai vari settori del potere di intimidire l’autonomia professionale e la ricerca della verità con l’uso delle liti temerarie e la richiesta di risarcimenti stratosferici. Ne parliamo con l’editorialista de “La Repubblica”, Giovanni Valentini (nella foto), da anni in prima fila nell’analisi di quanto succede nel mondo dell’informazione.Non pensi che il giornalismo oggi sia troppo incline all’autocensura, per incapacità di ricercare le fonti delle notizie e per le paure di incappare in qualche modo nelle maglie della giustizia per le cosiddette “liti temerarie”?
Intanto, sono restio a parlare del giornalismo come se fosse un blocco unico, monolitico: bisogna distinguere da giornale a giornale e da giornalista a giornalista.
Sicuramente, una parte dei giornali e dei giornalisti può essere indotta, come dici tu, ad autocensurarsi  dalle norme vigenti e soprattutto dalla loro applicazione. Mi riferisco in particolare al rapporto tra informazione e magistratura,  al di là delle “liti temerarie”, perché queste sono infondate e prima o poi si riesce ad avere ragione. Il problema è la costante intimidazione che i giornalisti ricevono da una parte della magistratura. Come sai, c’è un monte stratosferico di cause e di richieste di risarcimento da parte di magistrati, i quali vengono giudicati dai loro colleghi e godono di corsie preferenziali e spesso di risarcimenti esorbitanti. Questa è una spada di Damocle che pende sulla libertà d’informazione. Chi critica i magistrati spesso diventa un obiettivo da perseguire.

Quando ci sono “inchieste scomode”, di fronte a documenti e verbali riservati, si  persegue il giornalista indagatore e non il magistrato che “passa” le notizie.
Anche in questo caso una parte della nostra categoria è più pigra, nel senso che invece di fare giornalismo investigativo si affida, si  rimette alle informazioni “riservate” più o meno interessate che riceve dai magistrati inquirenti. Quando c’è una fuga di notizie è normale consuetudine che si colpisca l’anello debole della catena, cioè il giornalista, che rivela notizie riservate o coperte da segreto senza mai risalire alla fonte, che poi sono o i magistrati medesimi o i loro stretti collaboratori.
I giornalisti, però, anche in base al loro codice deontologico, quando hanno una notizia la devono pubblicare. Mentre i processi in Italia durano troppo a lungo e se non ci fossero stati appunto giornalisti coraggiosi, su tante vicende oscure della vita italiana, le trame, la corruzione, il malaffare, non avremmo saputo nulla o solo una piccola parte della verità”.

C’è un altro aspetto dell’uso distorto dell’informazione. Per distruggere il personaggio Michelle Bonev che nel programma Servizio Pubblico di Santoro cercava di svelare i retroscena della vita privata di Berlusconi, si sono utilizzate informazioni riservate, come fossero arrivate da qualche servizio investigativo.
Nella sua carriera televisiva Michele Santoro ha svolto certamente un ruolo rilevante nella denuncia del malcostume, del malaffare e del malgoverno. Fino ad un certo punto non c’è dubbio che le frequentazioni personali di Berlusconi hanno avuto un rilievo pubblico e un interesse pubblico, perché riguardavano i suoi comportamenti da leader politico e da capo del governo. Ricordo che la Costituzione stabilisce che le funzioni pubbliche si devono svolgere con “disciplina e onore”. Il leader del centrodestra ha sicuramente violato quest’obbligo morale. Sta di fatto però che l’ultima trasmissione di Servizio Pubblico a mio avviso ha configurato una violazione della privacy, rivelando quelli che la stessa legge sulla riservatezza definisce “dati sensibili”: cioè quelli che riguardano gli orientamenti sessuali, le condizioni di salute e le scelte religiose.

*da articolo 21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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