Immigrazione, naufragi, ipocrisie

Grazie a Livio Pepino e articolo 21 per averci dato in un breve articolo la sintesi più onesta e lucida  delle  responsabilità all’origine delle tragedie del Mediterraneo (nandocan) 

di Livio Pepino, 18 ottobre 2013

lampedusa_sbarchi

Dieci giorni dopo tutto sembra tornato come prima. Le promesse di cambiamento della legge Bossi-Fini si stanno infrangendo contro la scarsa convinzione di chi li ha proposti e contro le opposizioni di stampo razzista di Bossi, Grillo e Alfano. Le oltre trecento bare ordinatamente composte a Lampedusa sono scomparse in sordina senza i funerali di Stato che qualcuno aveva imprudentemente promesso.

Resta il grido inascoltato di Giusi Nicolini, sindaca coraggiosa e determinata di Lampedusa, che da mesi chiede – senza avere risposta – «perché in un Paese come l’Italia e in Europa il diritto di asilo deve essere chiesto a nuoto» e denuncia come «un crimine» la scelta di «aspettare che i migranti siano decimati dal mare» (così nel libro intervista Lampedusa. Conversazioni su isole, politiche, migranti, scritto nel luglio scorso e uscito nei giorni scorsi per le Edizioni Gruppo Abele). E resta, anche, una piccola incrinatura nel muro di ipocrisia che circonda, nel nostro Paese, la rappresentazione pubblica dell’immigrazione.

In sintesi.
Primo. L’umanità in fuga da persecuzioni, guerre e carestie è costituita da milioni di persone. La sola guerra civile siriana ha prodotto, sino ad oggi, oltre due milioni di profughi. Di essi la stragrande maggioranza ha trovato rifugio nei Paesi vicini. Tutti i Governi europei lo sapevano e hanno chiuso gli occhi. Anzi, hanno potenziato i pattugliamenti sui mari per evitare invasioni indesiderate (così aggravando il bilancio dei morti nel Mediterraneo: oltre 6.700 negli ultimi due anni).
Secondo. La causa principale dei naufragi – veri e propri massacri prevedibili e previsti – sta nella (sostanziale) chiusura delle frontiere che costringe i migranti a percorrere, per aggirarla, ogni via possibile, anche la più pericolosa. Gli scafisti sono gli esecutori materiali dei massacri, non i responsabili principali. E il proibizionismo non è un destino o una necessità, ma una scelta.
Terzo. Non c’è nessun pericolo di invasione. Una politica accogliente, fondata su ingressi organizzati di profughi e concessione di visti per ricerca di lavoro con previsione di una distribuzione proporzionale nei paesi europei, assorbirebbe in modo indolore flussi significativi a cui si potrebbe in buona parte far fronte, per quanto riguarda gli aspetti economici, con le risorse (ingenti) oggi destinate ai respingimenti in mare, alla repressione e alla detenzione nei Centri di identificazione ed espulsione.

Orbene, nel nostro paese il sistema proibizionistico è stato aggravato in modo parossistico e ottuso dalla legge Bossi-Fini e dai suoi seguiti ma non nasce nel 2002. Nasce in realtà con la legge Turco-Napolitano del 1998 in cui l’immigrazione è consentita, nei limiti delle quote annualmente fissate, solo per occupare un posto di lavoro predeterminato e garantito, gli ingressi irregolari non sono suscettibili di regolarizzazione e ad essi si risponde con le espulsioni e il trattenimento in appositi centri di detenzione. Di ciò – nonostante gli anatemi di Eugenio Scalfari (difensore a prescindere di tutto ciò che richiama anche solo il nome del capo dello Stato) – comincia ad accorgersi anche la Repubblica che, con Tito Boeri, scrive: «Quanto alla Bossi-Fini, credo di essere stato uno dei primi a denunciarne l’inadeguatezza e la demagogia. Ma ciò che va cambiato nelle nostre leggi di immigrazione per evitare nuove stragi in mare, ha a che vedere con norme che erano già nelle leggi precedenti, a partire dalla Turco-Napolitano. Si tratta dell’ipocrisia secondo cui è possibile trovare un lavoro agli immigrati quando sono ancora nel paese di origine» (Il diritto all’asilo e alla sicurezza, 14 ottobre 2013). Speriamo che – almeno a livello di consapevolezza – questo spiraglio non venga subito chiuso…

* da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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