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Eutanasia, l’ipocrisia del dibattito

Lizzani CarloIl suicidio di Carlo Lizzani riapre una disputa scandita da luoghi comuni, in una Paese in cui l’autodeterminazione della persona continua a essere ignorata.


***di Alessandro Chiometti, martedì 8 ottobre 2013* – I temi dell’eutanasia, del suicidio assistito, del testamento biologico tornano periodicamente a svegliare questo paese dalla sua sonnolenta ipocrisia. Anche questa volta, come nel caso di Mario Monicelli e Lucio Magri, c’è voluto il suicidio di un personaggio famoso, Carlo Lizzani, a ricordare agli smemorati italiani, tutti presi dalla retorica dell’apprezzamento di papa Francesco, che in questo Paese manca una legge che permetta di morire dignitosamente. Anzi, in questo Paese è ancora punito con una pena che va dai 6 ai 15 anni di reclusione il reato di “omicidio del consenziente”. Non solo, qui in Italia manca anche quel semplice registro dei testamenti biologici che garantirebbe, per lo meno, l’applicazione di un diritto costituzionale: quello di poter rifiutare le cure. 

Per sanare questa mancanza di diritti civili sono state raccolte oltre sessantamila firme in questi mesi per una legge di iniziativa popolare che depenalizzi l’eutanasia e istituisca il registro dei testamenti biologici. Le firme sono state consegnate ma abbiamo in realtà ben poche speranze che questa, come succede di solito con queste proposte, non venga bloccata in qualche commissione senza neanche giungere in aula.
Tuttavia in questi giorni per lo meno se ne parla, e oltre ai soliti testimonial delle ragioni laiche sembra che anche il teologo dissidente Hans Kung voglia lanciare un’ultima sfida alla Chiesa cattolica richiedendo per se stesso il suicidio assistito (Kung infatti soffre di Parkinson). «Non voglio continuare a vivere come l’ombra di me stesso» ha recentemente scritto.

Il dibattito sul tema del fine vita ora produrrà la stanca e trita retorica cattolica secondo cui la vita non è disponibile e che la sofferenza avvicina a dio. E come al solito i cattolici integralisti dimenticheranno il punto focale della discussione, ovvero che nessuno chiederà loro di ricorrere all’eutanasia o di rifiutare le cure. Come sempre la differenza sarà fra una visione laica che vuole garantire i diritti di tutti, cattolici e non, e quella integralista che vuole imporre la propria etica a tutti. Come al solito sentiremo strillare contro di noi parole come “assassini” e “nazisti” e come sempre i mass media mescoleranno nel calderone temi che c’entrano come i cavoli a merenda.
Per fortuna siamo in Italia, sai che noia a vivere in un paese dove tutti i diritti sono riconosciuti?

* da Cronache laiche, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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