Amnistia e indulto. Il caffè del 9 ottobre

IlcaffediMineoda corradinomineo.it – Poche storie, a decidere se l’amnistia e l’indulto saranno utilizzati per sottrarre alla tortura del carcere i tanti che ci siamo dimenticati là dentro, oppure per cancellare la pena e il divieto di nuocere per uno solo, sarà il Pd. Con i suoi  297 deputati, maggioranza assoluta alla Camera, e 109 senatori, più di un terzo del totale. Dunque Napolitano non ha amnistiato nessuno. Come ricordano Adriano Sofri, che gli è grato per non averlo graziato, e Luigi Manconi, nel 2005 Napolitano partecipò a una marcia contro la vergogna del sistema carcerario organizzata da Marco Pannella. I parlamentari, anche quelli a 5 stelle, che hanno il diritto di visitare gli istituti di pena, sanno (se vogliono, possono sapere) cosa significhino quei numeri : 65mila carcerati in strutture che ne potrebbero trattenerne al massimo 47mila. Manca l’aria per respirare, la promiscuità fa perdere il senso di sé, e ci si acconcia a usare servizi fatiscenti, la pena rende violenti (più violenti) i detenuti ed esaspera e abbrutisce gli agenti di custodia. Significa 80 morti dall’inizio dell’anno.

Repubblica: “Napolitano invoca l’amnistia”. “Amnistia e indulto”, precisa il Corriere della Sera. Poi aggiunge: “I 5 Stelle attaccano. La replica, ve ne fregate del paese”. Ecco che il Fatto titola: “L’Amnistia di Napolitano svuota le carceri e salva B.” Mentre il Giornale: “La giustizia è un cancro, Adesso è ufficiale. Se n’è accorto anche Napolitano e ora chiede al Parlamento di fare una riforma: amnistia, indulto e non solo”.

In effetti, nel suo lunghissimo messaggio, Napolitano pone l’accento sui guasti del sistema giudiziario. Ma non penso che nessuna riforma della Giustizia potrà vedere la luce finché un condannato, con sentenza definitiva, e ragionevolmente in attesa di altre pesanti condanne, continua ad avere così tanta influenza sul Parlamento e sul Governo. Da questo punto di vista, le parole usate dal Presidente, pur motivate, complicano la vita al Pd: vero. E ha un fondamento, a mio avviso, anche quello a cui si fa allusione nel  sottotitolo del Fatto: “Il Colle scopre che l’Italia verrà condannata dalla UE per le carceri affollate (anche per le leggi firmate da lui) e chiede clemenza”.

C’è un passaggio della lettera sull’amnistia e l’indulto che ho trovato indigesto, contorto, macchinoso e, alla fine, poco credibile. Ed è la lunga spiegazione sul perché questo messaggio formale alle Camere non sia arrivato prima. Excusatio non petita, accusatio manifest? Napolitano avrebbe avuto 7 lunghi anni per dar seguito alle intenzioni manifestate nel lontano 2005. Perché solo ora? Ora che lo “statista” B. non può più imporre alla Camera di votare che Ruby  è la nipote di Mubarak. Ora che il condannato, ex “statista”, ex caimano, si attaccherebbe a tutto, anche a una improbabile amnistia così ampia da cancellare reati gravi come il suo (truffa fiscale, fino a 6 anni), pur di potersi sognare sempre libero e senatore? È vero pure che il Presidente ha contro firmato (avrebbe potuto sottrarsi?) le leggi spot imposte da Lega e alleati contro immigrati e ogni genere di poveracci.

Ma Berlusconi non può essere usato come alibi. Amnistia e indulto servono a svuotare le carceri, a rendere meno vergognosa una vera vergogna. Dunque ben venuto a questo messaggio tardivo e che pure crea problemi. Il messaggio ha infatti un’altra conseguenza, tutta politica. Allontana le elezioni. Infatti la voglia dei “lealisti” (oggi si fa già avanti Nitto Palma) di  sfidare il Pd sulla giustizia e sul salvacondotto per Berlusconi sarà così forte da far rientrare, o almeno rimandare, il progetto di andare presto al voto con Alfano candidato e Berlusconi lord protettore. Si parlerà meno di elezioni ma riprenderà subito il ricatto sull’alleato di governo, sul Pd. Al quale nulla sarà risparmiato e che dovrebbe saper reagire.

Per quel che vale, ho firmato il disegno di legge Manconi per abrogare il reato di clandestinità, mi appresto a firmare l’appello di Repubblica contro la Bossi Fini, venerdì sarò in piazza in difesa della Costituzione con Landini, con Rodotà e don Ciotti, e in Commissione Affari Costituzionali mi batterò per approvare subito una nuova legge elettorale, anche se la nuova legge non potrà risolvere, con un colpo di bacchetta magica, la questione del governo, perché non si può far tornare bipolare un sistema che bipolare non è più e perché il premio di coalizione al primo turno manterrebbe la truffa del porcellum e di secondo turno PDL e 5 Stelle non vogliono sentir parlare.

Insomma, bisogna reagire, anziché lamentarsi del destino cinico e baro e del Presidente che ha detto una cosa giusta (liberiamo le carceri) nel momento (per noi) peggiore. E si dovrà vigilare: sui cretini e sui troppo furbi. Che dire dell’emendamento Pd per far pagare l’IMU alle rendite catastali sopra i 750 euro? Che l’avrebbero pagata i lavoratori dipendenti e i pensionati che abitano nelle zone semi periferiche di Milano e di Roma. Emendamento ritirato. Resta l’abolizione dell’IMU, vero messaggio ideologico della destra al suo elettorato popolare: siete poveri,è vero, ma proprietari e perciò come noi.

Che dire di quel che è successo ieri in Senato. Il governo ha proposto un decreto legge sulla Pubblica Amministrazione che allentava le briglie del rigore imposto alla spesa. Ministro D’Alia, provvedimento concertato tra Pd-PDL e Lista Civica. Emendato, in prima commissione, con l’accordo di tutti e del governo. Ma quasi cassato dalla commissione bilancio, quella presieduta dall’indagato di Molfetta Azzolini, dove il PDL si è scoperto rigorista, pronto ad attaccare il Pd come partito della spesa. Il governo dovrebbe smetterla con questo genere di decreti. Qualcuno dovrebbe chiedere che la smetta.

E dovremmo smetterla anche di dir balle. Sulla famosa e miracolosa riduzione del cuneo fiscale. Ha ragione Squinzi: ci vogliono almeno 10 miliardi. Altrimenti la riduzione d’imposta non darà aria alle imprese e i lavoratori non si vedranno tornare in tasca che pochi spiccioli. Dopo il danno la beffa. Li abbiamo questi miliardi? Dove li troviamo? Se non c’è risposta, meglio evitare l’effetto annuncio che per la sinistra si risolve sempre in un effetto boomerang.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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