Papa Francesco nei panni del grande oppositore. Dalle ammiraglie di Obama ai barconi degli scafisti, tutti i suoi scogli

papa Francesco 7di Piero Schiavazzi, L’Huffington Post , 8 ottobre 2013 – La pioggia più silenziosa, in un weekend di tuoni e fulmini, è caduta su Piazza San Pietro: “Preghiamo in silenzio, lasciamo piangere il nostro cuore”.

La nuvola del malumore era scesa sul viso del Pontefice già prima di partire per l’Umbria, rischiarata nei bagliori di un viaggio a lungo atteso ma progressivamente, insopportabilmente martoriato dalle raffiche dei notiziari.

Le immagini dei morti di Lampedusa sono le stimmate sul pontificato francescano di Bergoglio.

Gliele ha impresse la televisione, nell’unico misticismo a rovescio che il Papa si concede, non riuscendo a distaccarsi “dal fare, dai fatti, dagli obiettivi”, come ha dichiarato a Scalfari e come invece accade ai mistici.

Francesco al contrario è uno che aderisce alla realtà e reagisce. Non si dà pace, nemmeno nella città della pace.

Il primo lampo aveva scosso come un grido di battaglia il convegno vaticano sulla Pacem in Terris: “vergogna!“, vocabolo a bruciapelo, estratto dal lessico e dalle emozioni dell’uomo della strada, poco aulico per l’Aula Clementina e poco ieratico per il sommo sacerdote della cattolicità.

Il giorno dopo il monte Subasio gli è parso un presidio assediato e la Sala della Spoliazione un bunker, estremo rifugio degli sconfitti, braccati da uno spirito selvaggio: “Queste cose le fa lo spirito del mondo. La mondanità uccide le persone”.

Anche quando uccide e stride con la sua visione del mondo, il mondo resta per lui comunque una visione: il bene e il male, gli angeli e i demoni che si fronteggiano.

In questa cornice si staglia l’emblematico intreccio fra il paesaggio di Assisi e Lampedusa, tra i messaggi della cronaca e i richiami della storia, complementari nell’immaginario del Pontefice argentino.

Assisi è il luogo della “spoliazione”, Lampedusa della “vestizione”.

Ad Assisi Francesco si è spogliato del papato e persino del nome. Seduto di fronte ai poveri nel cenacolo del vescovado è tornato il Padre Bergoglio della Ciudad Oculta e delle baraccopoli di Buenos Aires, la voce più bassa e sussurrata del solito.

A Lampedusa invece si è rivestito per la prima volta del soft power dei Romani Pontefici e del ruolo planetario di “capo dell’opposizione” ai poteri forti, attraverso l’enorme potenziale amplificante della Sede Apostolica, nei confronti di “coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo”.

Entrambe, Assisi e Lampedusa, costituiscono in modalità diversa frontiere universali del suo ministero.

Assisi è frontiera di pace: pax francescana che “non è un sentimento sdolcinato“, ma un mix di “forza e mitezza” con il monito a “custodire” il creato a cominciare dall’uomo.

Lampedusa è frontiera di lotta, in cui Francesco una mattina di luglio da un campetto polveroso ha inventato la “liturgia della liberazione”, scagliando l’invettiva biblica come una pallonata sulle tribune mediatiche, con la domanda che Dio rivolse a Caino: “Dov’è tuo fratello?”.

Ciò nondimeno a tre mesi di distanza, nell’era delle guerre asimmetriche, per la barca di Pietro si è mostrato amaramente più facile fermare le ammiraglie di Obama che gli scafi delle mafie.

E paradossalmente è sembrato meno difficile intervenire sulla cornice geopolitica di un conflitto annunciato che sul quadro legislativo in cui un battello, anziché soccorrere, si sente indotto a “vedere e passare oltre”, come il sacerdote o il levita della parabola del buon samaritano.

L’etimologia di Lampedusa, che significa scoglio e faro, ha sprigionato la metà ostile, spegnendo speranza e vita.

Mentre inviava nell’isola il proprio elemosiniere a benedire i cadaveri e toccare a una a una le mani dei sopravvissuti, Francesco ha toccato a sua volta con mano che il mondo continua a uccidere.

Per lui, nuovo protagonista dell’orizzonte globalizzato, il ruolo di grande oppositore è destinato a durare a lungo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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