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Che cosa c’entra la Rai con “la fine del ventennio berlusconiano”? C’entra, c’entra

di Carlo Rognoni, 8 ottobre 2013* –

RAIAlcuni mesi fa, quando è nato il governo Letta, era chiaro che non bisognava disturbare il manovratore e che parlare di riforma del servizio pubblico – anche se nessuno aveva il coraggio di dirlo apertamente – voleva dire rompere le scatole al premier e ai delicatissimi equilibri su cui si reggeva il suo governo. E’ ancora vero? Le priorità – si è detto e pensato da parte di molti – erano altre! E anche oggi le priorità – si ripete – sono la riduzione delle tasse, le misure per la ripresa, la riforma della legge elettorale. Nessun ministro, nessun segretario dei partiti di governo parla di Rai. Ma forse che il futuro del servizio pubblico non è una questione chiave per la qualità della nostra democrazia? Il Pd può permettersi – anche in vista del Congresso – di continuare a tacere e lasciare campo libero a Grillo?Il quotidiano La Stampa ha scritto “E Letta deberlusconizza la maggioranza”. Operazione ambiziosa! E poi, fino a che punto è possibile?  Si può pensare al restauro dell’edificio costituzionale senza tener conto della necessità di dare al servizio pubblico un ruolo più autonomo rispetto al controllo invasivo dei partiti? Ora è vero che l’accoppiata Tarantola – Gubitosi alcuni importanti passi avanti li ha fatti, grazie soprattutto all’imposizione da parte del governo Monti di un’interpretazione più liberal dello Statuto dell’azienda di viale Mazzini, interpretazione che ha svuotato di molti poteri il consiglio di amministrazione. E tuttavia insieme alla riforma del parlamento, alla riduzione del numero dei deputati, a una nuova legge elettorale, forse che non è tempo anche di garantire alla Rai quella indipendenza gestionale che non ha mai avuto? Se la lottizzazione non è stata certo una prassi commendevole all’epoca del proporzionale, con il maggioritario aveva finito per prevalere qualcosa di peggio della lottizzazione: lo spoil system. Con il risultato che la credibilità della Rai era andata progressivamente diminuendo, mentre è aumentato il fastidio per il canone.Oggi la necessità di riformare la Rai è diventata tanto più importante quanto più la politica è in primo luogo sempre di più politica mediatica. Messaggi, organizzazioni e leader che non hanno presenza sui media non esistono nella mente del pubblico. “I media non sono il Quarto Potere. Sono molto più importanti”, scrive Manuel Castells in “Comunicazione potere”. E aggiunge: “I media sono lo spazio dove si costruisce il potere. I media costituiscono lo spazio in cui le relazioni di potere vengono decise tra attori politici e sociali in competizione. Quindi, quasi tutti gli attori e i messaggi devono passare per i media per poter conseguire i loro obiettivi. Devono accettare le regole dell’intervento mediatico, il linguaggio dei media e gli interessi dei media”. Se queste considerazioni sono corrette – e io penso che lo siano – e i media sono il campo di gioco dei poteri che si confrontano nella società, non è tempo – proprio per la qualità della nostra democrazia – garantire che il campo sia neutro e che l’arbitro non sia comprato da una delle squadre in gioco? Starà pure finendo il berlusconismo ma il lavoro della deberlusconizzazione è lungo, faticoso, e va aiutato. Magari proprio cominciando a pensare come va cambiata la legge Gasparri. Fra qualche giorno in commissione di Vigilanza si discuterà del nuovo contratto di servizio che il vice ministro Catricalà ha consegnato al Parlamento. Ecco una primissima occasione per aprire un dibattito serio sul futuro del broadcasting e dell’audiovisivo. Nel testo consegnato alle Camere ci sono molte ambiguità e ancora troppi ritardi culturali rispetto a quel tipo di servizio pubblico di cui il Paese avrebbe bisogno nell’epoca della rivoluzione digitale.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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