Tutto come prima? Il caffè dell’8 ottobre

IlcaffediMineoda corradinomineo.it – Tutto come prima? Repubblica: “Pd-PDL, nuovo scontro sull’IMU”. Il Giornale: “Letta rimette l’IMU, la sinistra delle tasse si scatena”. Corriere: “Si riaprono le ostilità sull’IMU” E il Fatto: “IMU, il governo litiga. Non è cambiato niente”. Titoli che non sembrano fotografare la fine di un ventennio, per dirla con Letta, o un nuovo inizio!

Certo si discute dell’affidamento del condannato ai servizi domiciliari. Certo, nel PDL la parola congresso viene ora brandita come minaccia, non per evocare la solita parata pro Berlusconi. Certo il Sole2Ore ora spera in una riduzione del “Cuneo, sgravi contributivi e tagli Irpef sui redditi bassi”. Ma torna l’incubo Alitalia: siamo di nuovo alla ricerca di un partner pubblico per preparare la cessione ad Air France. Il governo continua a fare lo gnorri sulla Bossi Fini, lasciando che i martiri di superstiti di Lampedusa siano morti invano e che i loro amici e parenti vengano  incriminati per immigrazione clandestina. E nel Pd il silenzio di chi sa non rimargina, anzi butta altro sale sulla ferita dei 101. Quelli che prima applaudirono e poi tradirono Romano Prodi per spianare la strada al reincarico di Napolitano e al governo Letta- Alfano per le larghe intese.

Con il Corriere della Sera, “Io sono Malala e non ho paura” oggi ritorna la ragazza pakistana che ha scelto di andare a scuola con le sue coetanee e alla faccia del divieto dei Talebani. Foto in prima pagina, cenni biografici e reportage. Ora farà politica, per il suo paese e per le donne di tutto il mondo. Donne che pregano a voce alta non distanti dal muro del pianto, su La Stampa.  Gli ebrei tradizionalisti (maschi) hanno ottenuto che non gli fosse consentito di spingersi fin sotto il muro per deporre le pietre, ma ora le sentiranno e le vedranno in quel luogo sacro. Cade un tabù. Molti giornali raccontano della nuova rivolta in India, dopo che una ricercatrice è stata molestata all’università, licenziata per aver denunciato e si è data fuoco ed è morta dopo una settimana di agonia. Guerra contro le donne? Sì, ma le donne stanno vincendo.Il mondo cambia, non restiamo vecchi, sordi e ciechi.

Repubblica ospita un articolo di Stefano Rodotà, sempre più coscienza critica. Come si fa a non rimettere in discussione la Bossi Fini?Europa dei diritti per le persone, o Europa dove sacri e inviolabili sono solo banche, transazioni finanziarie e capitali? Questo è il problema. E non c’è furbizia dorotea o alfaniana che, alla lunga, possa eluderlo.

Intanto Giuliano Ferrara cerca di aprire gli occhi ai vincitori (temporanei) del regolamento di conti in seno alla destra. “Per una destra intransigente” è il titolo del suo fondo. Il riferimento è agli Stati Uniti dove l’Old party ha provocato lo shutdown. Perché non far cadere Letta e a votare in Primavera? Sembra questa la nuova frontiera di B. Prendere tempo chiedendo l’assegnazione ai servizi sociali, e convincere Alfano a guidare lui la destra unita in uno sconto elettorale da fissarsi prima dell’inizio del semestre italiano di presidenza dell’Unione, magari in coincidenza con le europee di maggio.

La Stampa sta dedicando spazio al libro di Sandra Zampa,  “I tre giorni che sconvolsero il Pd”. La Zampa, stretta collaboratrice dell’ex presidente dell’Unione Europea, parla di tre telefonate dell’ex presidente con D’Alema, Rodotà e Monti. D’Alema ha già detto di non averne scoraggiato la candidatura ma di aver solo osservato come fosse stata preparata (da chi, da Bersani?) molto male, tanto da non essersi neppure assicurati il sostegno di Scelta Civica. Oggi rispondono Rodotà e Monti. Il primo afferma di aver convocato a casa i capigruppo del Movimento 5 Stelle e di aver scritto, in loro presenza, un comunicato “nel quale dichiaravo che  non intendevo mantenere la mia candidatura, qualora avessero deciso di votare un altro candidato”. Il ché era noto, Rodotà che non una rinuncia ma è disposto a ritirarsi se i 5 Stelle avessero deciso di convergere sul candidato del Pd. Ora Rodotà sottolinea come quel gesto, a suo avviso, fosse un invito “garbato” a cambiare cavallo. Quanto a Monti, racconta di essersi trovato d’accordo con Prodi sul no ad elezioni anticipate ma in dissenso  sulla questione delle larghe intese che Mario voleva, Romano no.

Interessante. Propongo che Fabio Martini chieda nei prossimo giorni anche il conforto di Bersani. Quando propose Prodi ai grandi elettori Pd, il segretario sapeva che una parte del gruppo dirigente “storico” era contrario? Aveva visto, aveva sentito, i capi corrente e in che contesto? C’era stato addirittura un accordo, come dicono taluni malpensanti, per presentare all’assemblea non uno ma due candidati? E se sì, perché poi non se ne fece niente? Se invece no, se il candidato era solo Romano Prodi, perché in assemblea fu detto: “questa volta votiamo per un solo nome a scrutinio segreto”? Mi sento legato a Pier Luigi Bersani da affetto e da gratitudine. Lo considero il solo leader che abbia tentato sul serio di fondare un partito della sinistra su gambe solide, su di un progetto per cambiare l’Italia e non sempre sulla pretesa di unire, per sottrazione, quello che la storia aveva diviso. Ma proprio per questo vorrei da lui più coraggio. Che è successo nel Pd in quei giorni?

Di un chiarimento sul passaggio dal “cambiamento” alle “larghe intese”, il congresso ne avrebbe bisogno come del pane. Pensate che Luca Boccia, l’ombra di Enrico Letta, sposato con il ministro Di Girolamo, pare voglia appoggiare Matteo Renzi. Altro che “Consoli “(Letta e Renzi), gemelli siamesi, rischiano di diventare. Così il congresso non sarà chiamato a discutere di larghe intese né del disastro che ha portato alla rielezione di Napolitano né se il Letta bis sia come il Letta uno o se possa contare su di una “nuova” maggioranza e quale. Non ne parlerà Renzi, pur di incassare il massimo del risultato con l’appoggio di tutti e di nessuno. Non ne parleranno i 101, che resteranno acquattati all’ombra di due protettori di partito e di governo. E non ne parlerà Cuperlo, se continuerà a difendere il collettivo, contro l’uomo solo al comando, senza affondare il bisturi sulle ipocrisie, compromessi e i tradimenti di cui quel collettivo si è reso complice. Allora non resterà che Civati  a rompere le uova. Forza Pippo.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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