Perché non siamo tedeschi. Il caffè del 24/9*

IlcaffediMineoda corradinomineo.it – Il Corriere della Sera lo racconta nel modo più sobrio. Due colonne, di spalla. “Nuova offensiva di Napolitano e Letta per evitare la crisi”. Repubblica privilegia Napolitano che: “blinda il governo Letta”. “I primi segni di ripresa si vedono e si riaffaccia la speranza di un nuovo e più solido sviluppo, su basi più giuste – spiega il Capo dello Stato, dunque “la politica eviti rotture”. Detto, fatto. ecco La Stampa che titola: “Letta al PDL, patto per il 2014”. La legge di stabilità (la vecchia finanziaria) sia il documento condiviso (con il PDL) che metta il governo al riparo almeno da ricatti, diktat, minacce. Almeno per un anno.

E tutti guardano al cielo di Berlino, dove Angela Merkel, sicuro vincitore, dovrà tuttavia cercare l’intesa con la SPD. Perché, con il suo trionfo, Angela si è messi quasi tutti in pancia i voti dei liberali, “asfaltando” l’alleato e perdendo la maggioranza al Bundestag. Che bello! “Un paese senza Scilipoten”, “Una sveglia tedesca per l’Italia”, sono  titoli dei commenti de La Stampa. Mentre il Fatto doppiato il titolo pessimista in prima: “Vince la Merkel. Pagheremo caro, pagheremo tutto”, si chiede a pagina 3 se per caso non “ci vorrebbe una Merkel anche qui”. Letta tenta l’affondo: “Dal voto tedesco esce un modello di cooperazione simile al nostro. Forse in Italia si capirà che quando gli elettori ci obbligano a una grande coalizione, bisogna farsene una ragione”.

Provo a spiegare perché Grosse Koalition e Larghe intese sono due cose affatto diverse. In Germania i due principali partiti, CDU-CSU e SPD esistono almeno dal dopo guerra e da sempre si considerano tra loro alternativi. Il sistema elettorale si basa su di un voto per il collegio e un secondo per determinare a chi vada la quota proporzionale. Nel collegio vincono solo i principali partiti (tranne che a Berlino, città specialissima, che elegge un paio di candidati della Linke e un verde). Con la quota proporzionale entrano nel Bundestag gli altri, verdi, pirati, liberali, anti euro. O non entrano, com’è successo ai liberali. Dunque “il sicuro vincitore” può non avere la maggioranza necessaria a governare. E, in questo caso il partito sconfitto si offre di collaborare, contrattando solo qualche concessioni programmatica che considera essenziale.

In Italia PDL e Pd sono partiti nuovi, il primo costruito intorno a un leader che ora vuole scioglierlo, il secondo nato dalla fusione fredda di due partiti “storici” che, quando erano forti, si consideravano alternativi. Da venti anni Pd e PDL (o come si chiamavano) hanno provato a inventare leggi elettorali che costringessero noi italiani a schierarci per l’uno o l’altro polo (meglio se per uno o per l’altro partito). Ciò ha dato la stura a un racconto (televisivo) bipolare e bipartitico, fatto di insulti, di strilli da tenore, o soprano, stonati, di minacce e reciproca delegittimazione. Fino a quando una di queste forze e il suo leader, hanno precipitato l’Italia in una gravissima crisi economica, morale, politica e di credibilità internazionale. A questo punto è intervenuto l’arbitro, il Presidente Napolitano, il quale ha ritenuto che la sanzione elettorale (sacrosanta) per chi aveva più sbagliato avrebbe messo il paese a rischio. Dunque ha preteso e ottenuto un governo, detto “tecnico”, che ha salvato Berlusconi dal voto e poi si è fatto ricattare da Berlusconi. Non basta, giunta la scadenza naturale della legislatura, il tecnico, Monti, ha deciso di presentarsi alle elezioni, pretendendo che la sua formula di governo durasse per sempre. Si è presentato pure un signore, Grillo, che con il suo movimento ha mandato a quel paese gli ex partiti alternativi, ora alleati per volontà del Presidente e per non turbare la nazione. Fine del bipolarismo!

E che fa allora l’arbitro? Invita i polli spennati (Pd e PDL, che hanno perso, insieme, 10 milioni di voti) a cambiare la legge elettorale e a votare di nuovo? Nemmeno per sogno. Ordina loro di unirsi, di cambiare insieme la Costituzione per mettere in sicurezza il bipolarismo, e di perseguire una linea, detta europeista, che prevede una dura cura dimagrante per il paese.

Chi ha vinto? Chi deve dare le carte? In Germania è chiarissimo. SPD, Verdi e Linke avrebbero una risicata maggioranza dei voti al Bundestag, ma non si sognano di governare contro la Merkel. In Italia, invece, Berlusconi si permette di invitare i suoi seguaci alla protesta di piazza contro leggi e sentenze. Ma il Garante chiede lo stesso al Pd di governare con lui, per il bene del paese. In Germania ha vinto il realismo, opportunista quanto si vuole ma realismo, di Angela Merkel, in Italia prevale una cultura storicista e idealista, quella di Napolitano, secondo cui le istituzioni sono buone sempre, qualunque sia il personale politico che le occupa, e devono guidare, educare, correggere, una società debole, perché tentata dal conflitto sociale e perché penetrabile dall’anti politica. Il saltafossi Scilipoti è, in realtà, un epifenomeno. È la cultura istituzional-statalista di Napolitano e il suo simmetrico rovesciamento anarco-padronale di Berlusconi che ci fanno diversi.

Intanto Telecom va in Spagna, Alitalia in Francia. “Bruciati 5 miliardi” scrive sul Corriere Sergio Rizzo, ricordando come l’ex compagnia di bandiera fu trattenuta in Italia dal nazionalismo, penoso e irresponsabile, Di Berlusconi quando i francesi volevano comprare. Ora se la prendono in saldo, a spese nostre. Anche a proposito di Telecom, difficile dimenticare la privatizzazione voluta da Prodi, Colaninno e i capitani coraggiosi che piacevano a  D’Alema, Tronchetti Provera e il capitalismo italiano, troppo pavido per rischiare, troppo furbo per non mungere denaro pubblico. Vent’anni di bipolarismo, corrivo con il neo capitalismo finanziario, le lobby e i poteri, ci lasciano un deserto.

In Sicilia il Pd di Lupo e Cracolici ha sostanzialmente sfiduciato il Governo di Rosario Crocetta. Sotto il titolo “La strana crisi del Pd e di Crocetta”, ho pubblicato ieri il mio intervento nella direzione siciliana del Pd. Prevedo che questo scontro non lo vincerà nessuno e lo perderanno (purtroppo, lo perderemo) tutti. Senza provocare una forte partecipazione popolare e giovanile, senza coinvolgere sindaci, intellettuali, imprenditori con voglia di innovare, non sarà possibile strappare la Sicilia alla mafia, emanciparla da una classe economica dominante “parassitaria e intermediaria”, riscattarla dal sistema clientelare che la destra sa coltivare meglio del Pd. Nel pomeriggio spero di poter ritornare sul tema.

*il grassetto è come sempre di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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