Lo specchio infranto. Caffè del 19 settembre

IlcaffediMineoda corradinomineo.it – Comunque la pensiate, il sipario è caduto. Con gli occhi spenti e la mano sul cuore, ha raccontato ai seguaci di averli salvati 20 anni addietro e gli ha chiesto di salvarlo ora, continuando a battersi nel suo nome. “Scendete in campo”, titola Il Giornale. “Attacca ma salva il governo”, recita il Corriere. “Sfida giudici e Pd”, La Stampa. E Repubblica: “Resto il leader anche se decado”.

Aveva cominciato bene, scegliendo il terreno su cui forse può ancora fare male. La crisi, le tasse, lo stato pesante e inefficiente. Cancellati  gli 11 anni trascorsi al governo e, con un colpo di spugna, tutti i suoi fallimenti, Berlusconi ci ha tenuto a precisare come Alfano, Lupi, Lorenzin, De Girolamo rispondano a lui solo, e non a Letta e Napolitano, che li hanno nominati ministri. Perciò si batteranno – ha detto – contro le tasse alla proprietà e contro lo stato sociale.

Poi la lingua ha preso a battere dove il dente più duole. Ecco ritorna la sua presunta persecuzione, i giudici tutti manovrati da Magistratura Democratica, che perseguirebbe una “via giudiziaria al socialismo”. E la bugia delle bugie “sono innocente, non ho nessuna colpa. Poi il trasfert, per cui la sua condizione, di uomo che sta per perdere libertà e diritti, politici, diventa “catastrofe” del paese intero: “siamo una democrazia dimezzata”. Infine la promessa di resurrezione, “anche decaduto resto il leader”. Con Forza Italia, per la battaglia “finale”.

“Videoversione”, la chiama Il Fatto e Padellaro chiede: “Come possono il Presidente della Repubblica e le più alte istituzioni tollerare che un individuo, condannato in via definitiva per aver frodato il fisco, si rivolga da tutti gli schermi della Nazione intera accusando la magistratura di essere il braccio armato dei suoi nemici? Ed è accettabile che lo stesso pregiudicato inciti i propri sostenitori alla rivolta di piazza contro la magistratura?” Qualcosa di simile aveva detto ieri, a caldo, anche il segretario del Pd, Epifani: “toni da guerra fredda”, attacco eversivo alla magistratura.

Ma è crisi o non è crisi? Stampa e Corriere divergono. “Per ora il governo è salvo”, scrive Pier Luigi Battista, che se la prende con Epifani per aver fatto “l’incendario”, allo scopo – insinua – di rubare per un giorno la scena del Pd a Matteo Renzi. Sul quotidiano torinese, Marcello Sorgi invece scrive: “È come se tutt’insieme il governo fosse già caduto e la campagna elettorale già cominciata”. Titolo: “Così finiscono le larghe intese”.

Sì, le larghe intese sono proprio finite. Lo “statista pacificatore”, non ha ottenuto il salvacondotto, che pensava gli spettasse quale padre della patria, ora sa che dovrà lasciare il Senato ed è, probabilmente, consapevole di essersi giocato ieri grazia presidenziale o commutazione della pena. Non mi pare, infatti, verosimile, che Napolitano possa salvare un condannato che non ammette la colpa ma insulta i giudici e chiama i cittadini alla rivolta. Il ricatto d’estate si è concluso con una sconfitta del cavaliere sul far dell’autunno.  Ma Berlusconi spinge Letta e Partito Democratico a trascinare l’azione di governo anche sotto il fuoco dei suoi continui ricatti. A sopportare le bordate dell’Olandese volante (che cos’è, in definitiva, Forza Italia, se non una nave fantasma che riemerge nella tempesta?), se non vogliono essere accusati di aver fatto cadere loro il governo per buttarsi tra le grinfie del Grillo.

Io non avrei dubbi. Chiederei le dimissioni immediate di ogni ministro, di ogni sottosegretario che ripeta, in qualunque forma, gli insulti e le minacce alla legge e ai magistrati reiterati ieri da Berlusconi. Considererei il “condannato” già decaduto (ieri è arrivato il primo voto della Giunta del Senato) e politicamente irrilevante. Chiederei al Presidente della Repubblica di far quel che deve e garantire le istituzioni, dall’attacco sguaiato ed eversivo della destra. Invece accetterei la sfida sulla politica economica.

Tasse più alte per i ricchi, e meno sul lavoro. Salario di disoccupazione ed emersione del lavoro nero. Lotta senza quartiere a corruzione e mafie. Restituzione alle imprese dei debiti della Pubblica Amministrazione. Intervento sulle banche di deposito (che andrebbero separate da quelle d’affari) perché non applichino tassi da usura (qualcosa del genere lo chiede persino Draghi). Poi battaglia in Europa per ottenere che che i nostri investimenti in cultura, in difesa del suolo dalle calamità, in ricerca e innovazione, e per le autostrade informatiche, siano sottratti al vincolo di bilancio. Difendiamo un patrimonio universale, ne va del nostro futuro.

Voglio proprio vederli Lupi, Alfano e Brunetta dire che dalla crisi più grave del secolo si deve uscire con nuovi regali ai ricchi e ai potenti. Che sull’altare della proprietà si può sacrificare il lavoro. Che esser liberale vuol dire stare dalla parte di chi abusa. La “ricetta”, il “sogno”, la promessa che dando ai ricchi qualcosa finirà anche nelle tasche dei poveri, tutto ciò sembrava ieri una bugia tra le tante.  Un proiettile spuntato, a condizione che il Pd  smetta di aver paura, che cacci i mercanti dal tempio (i lobbisti dalle sue fila), che discuta con le italiane e gli italiani, anziché mediare in una vana ed estenuante trattativa di governo.

Domani si terrà l’assemblea del Pd. Caduto l’alibi delle larghe intese, spero che si parli finalmente di politica. Che si smetta di ammorbare l’aria con la contesa sulle regole, per lo più pensate per proteggere gli apparati e riprodurre la mediazione preventiva tra le correnti. Partito o leader? Diciamo piuttosto che cosa chiediamo all’Europa, cosa proponiamo per il lavoro e per quale riforma del fisco intendiamo impegnarci. Vocazione maggioritaria o politica delle alleanze? La prima alleanza da rinsaldare è con il popolo delle primarie, con gli elettori che avevano votato Pd e con quelli che  avrebbero potuto farlo. Senza far resuscitare questa alleanza, nei circoli, nei bar, nelle piazze e sui luoghi di lavoro, il partito resterà a vocazione minoritaria, nonostante il leader.

Cari dirigenti del Partito Democratico, lo specchio si è rotto. Nei sedici minuti del messaggio non potete più scorgere il vostro (e nostro) futuro. Solo un vecchio stanco che vive nel passato e rievoca vittorie strappate anche per nostra colpa. Il futuro è altrove. Oltre il bipolarismo della seconda repubblica, lontano dalla fusione fredda tra post democristiani e post comunisti.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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