Sudan, 300mila sfollati in sei mesi ma la crisi per i media non esiste

di Antonella Napoli*, 16 settembre 2013

sfollati

Una tenda logora quattro metri per quattro. Sette brande rabberciate, tre donne e cinque bambini, altrettante siringhe da 5 millimetri di latte. Questo è l’ultimo ricordo visivo, seppur non il più forte, del mio viaggio in Darfur dello scorso inverno.  Sono passati dieci mesi ma quell’immagine è ben nitida nella mia mente perché, nonostante la profonda disperazione che trasmettesse, era l’unico barlume di speranza in un contesto drammatico. Una millesima goccia di ‘vita’, rappresentata da quel latte artificiale che sostituiva quello materno delle donne darfuriane che, sfinite dalla malnutrizione e traumatizzate dal conflitto, non ne hanno più.

Nonostante la crisi umanitaria in questo angolo di mondo sia più pressante che mai e la recrudescenza degli attacchi armati, sia da parte delle forze militari governative sia di ex miliziani, non c’e’ media che se ne occupi. La Siria occupa, da sola, quei già residui spazi dedicati alle notizie su conflitti e tragedie umanitarie in corso nel mondo. A poco è valso l’impegno di organizzazioni come la nostra o la denuncia di Amnesty International, che ha di recente presentato un nuovo rapporto sulle violenze nella regione e in altre aree limitrofe dalla fine del 2012 e che negli ultimi mesi hanno registrato un’escalation che non lascia adito a dubbi. È in atto una nuova forte repressione nei confronti della ribellione e della popolazione civile del Darfur. Ma la coltre calata su questo conflitto è impenetrabile.

Eppure almeno duecento persone sono rimaste uccise negli ultimi due mesi in Darfur nei violenti scontri tra fazioni rivali. L’ultimo bollettino umanitario fornito dalle Nazioni Unite traccia un quadro allarmante e tragico: un centinaio di esponenti della tribù Reizegat sono morti nei combattimenti, altrettanti  tra le fila dei Maaliya, oltre trecento i feriti e decine di migliaia di persone, tra rifugiati del Darfur e ciadiani rimpatriati, costrette ad abbandonare i propri villaggi.
Il flusso più ampio di sfollati dai violenti scontri in Darfur è stato registrato tra gennaio e giugno 2013, poi per un paio di mesi si era ridotto per riprendere nelle ultime settimane. La maggioranza dei profughi ha cercato rifugio nella zona di Tissi, nel sud-est del Ciad. Un’indagine retrospettiva sulla mortalità pubblicata di recente da Medici Senza Frontiere ha rilevato che il 93% delle morti tra gli sfollati è avvenuto in Darfur, prima che potessero raggiungere il Ciad, ed è stato causato principalmente dalla violenza.
Se nella regione occidentale del Sudan a fare vittime sono gli scontri tra fazioni contrapposte, in Kordofan sono i bombardamenti delle forze armate di Khartoum. L’aeronautica sudanese da maggio scorso ha intensificato i raid sui villaggi dei Monti Nuba nonostante una dichiarazione di cessate il fuoco proclamata dal governo.
La denuncia di nuovi attacchi contro la popolazione civile mossa dal Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord è stata riportata dal Sudan Catholic Radio Network. Un cacciabombardiere Mig sudanese avrebbe sganciato quattro bombe sul villaggio di Umserdiba e altre due su quello di Genesia, distruggendo colture e abitazioni rurali. Un Antonov da trasporto convertito in rudimentale bombardiere, avrebbe poi sganciato otto bombe sui villaggi di Hejerat e Habab.
Le Montagne Nuba si trovano nel Sud Kordofan, al confine tra Sudan e Sud Sudan, dove dal 2011 è in corso un conflitto tra l’esercito di Khartoum e l’Splm-N.
A confermare bombardamenti e scontri ci sono foto satellitari ottenute dal Progetto Enought. L’ultimo episodio pochi giorni fa. I satelliti posizionati sull’area hanno documentato che l’aviazione sudanese ha effettuato un raid nei pressi del villaggio di Jau nello Stato sud-sudanese di Unity.
Il bombardamento sarebbe avvenuto a pochi giorni dagli accordi raggiunti il 3 settembre tra il Presidente sudanese Omar Al-Bashir e il suo omologo sud-sudanese Salva Kiir, volti a mettere fine al lungo contenzioso sulle esportazioni di petrolio sud-sudanese attraverso le strutture controllate da Khartoum.
I sopravvissuti raccontano le stesse storie: uomini armati, spesso in
uniformi dell’esercito, arrivano su Land Rover o altri mezzi pesanti, bruciano i loro villaggi, uccidono gli uomini, violentano le donne e fanno razzia di tutto quello che trovano.
Sono ormai 10 anni, da quando è iniziato il conflitto in Darfur, che ciclicamente si verificano episodi simili. Ma i mezzi di informazione ne parlano poco e solo se ci mette la faccia un personaggio famoso cone George Clooney. E questo silenzio autorizza i leader del Sudan a riprendere e continuare a massacrare la loro gente, oggi come nel 2003.
I sopravvissuti degli ultimi attacchi dicono che a guidare questa nuova repressione sia una vecchia conoscenza della Corte penale internazionale, Ali Kushayb, su cui pende già un mandato per i crimini di guerra commessi in Darfur tra il 2003 e il 2006.
Le vittime della nuova ondata di violenze sono membri di due gruppi
etnici che finora non erano mai stati colpiti, i Salamat i Beni Hussein.
Secondo le denunce degli anziani dei villaggi il governo avrebbe come obiettivo quello di scacciare  dalle proprie terre i Beni Hussein perché mirerebbe all’oro di cui si è scoperta ricca essere l’area. Diversa la motivazione dell’allontanamento forzato dei Salamat, scacciati per consegnare i terrerni che coltivavano o utilizzavano per la pastorizia a un gruppo arabo ‘leale’ a Khartoum, i Miseriya.
Insomma il modus operandi del presidente del Sudan Omar Hassan al Bashir, ricercato dalla Cpi oltre che per crimini di guerra e crimini contro l’umanità anche per genocidio, non è cambiato. E le cifre fornite dalle Nazioni Unite, che hanno stimato in oltre 300 mila i nuovi sfollati nei primi otto mesi di quest’anno – all’incirca tanti quanti negli ultimi due anni – dovrebbero scuotere le coscienze di quanti continuano a ostinarsi a ignorare questa crisi dimenticata.

* presidente di Italians for Darfur, da articolo 21. Il grassetto è di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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