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Nelle gabbie dei talk-show

La Gabbia ParagoneRoma, 16 settembre 2013 – Ci voleva la “presa diretta” di Corrado Iacona per restituire, dopo la lunga quanto immotivata pausa estiva, qualche pagina di buon giornalismo alla televisione italiana. Poi purtroppo hanno ripreso a spuntare come funghi i talk-show politici, a chiarire che la nuova stagione, ancor più di quella passata, non avrà come protagonisti i fatti ma le opinioni. E magari fossero vere opinioni. Il più delle volte si tratta di risse verbali, scontatissimi slogan, prevedibili battibecchi fra i soliti noti.

Con qualche ritardo rispetto al mandato ricevuto, se ne è accorto il direttore generale della RAI, Luigi Gubitosi. Intervistato da Giovanni Valentini per la Repubblica di ieri, 15 settembre, ammette: “Quello è un format che si sta certamente logorando. Capisco la stanchezza dei telespettatori. I talk-show riflettono una politica che divide e a loro volta alimentano le divisioni. È un circolo vizioso, in cui imperversa un linguaggio sempre più distruttivo”. Peccato che poi, alla domanda di Valentini su come intenda provvedere, il direttore si limiti all’annuncio di qualche interessante programma culturale. Non spiega, Gubitosi, perché per una buona inchiesta giornalistica o una spiegazione approfondita dell’attualità politica il telespettatore di prima serata debba accontentarsi anche quest’anno della domenica/lunedì di Rai 3.

Il fatto è che in un’azienda pubblica come la Rai – “che funziona come una privata” , riconosce lo stesso Gubitosi –  il predominio delle opinioni sui fatti serve non solo alla propaganda politica dei partiti che la sovrastano, ma conviene pure all’azienda medesima, che sostituendo le inchieste con interminabili talk-show risparmia in termini di costo per ora di trasmissione e probabilmente guadagna anche in indice di ascolto.

Le risse verbali hanno davvero stancato? Spiegatemi allora perché tanti conduttori, che sono i più direttamente interessati all’auditel (e lo dico con cognizione di causa dopo trent’anni di RAI) si ostinano a scegliere come ospiti i più arrabbiati e sguaiati fra tutti quelli possibili. Credetemi, mi riesce difficile immaginare che l’indice si abbassi quando intervengono Sallusti o la Santanchè. Una riprova è che quando il dibattito è  pacato e culturalmente più valido, come nell’Infedele di Lerner, non ha mica lo stesso successo di pubblico.

Certo, se il telespettatore medio dopo tre ore di scalmanati talk-show provasse a domandarsi che cosa ha appreso di nuovo dal lungo dibattito, non troverebbe gran che. Tranquilli, non se lo domanderà. Gli basterà di essersi divertito come ad un incontro di lotta, tifando per la sua parte politica. E ora che si sono aggiunti i programmi di Porro e Paragone (il titolo è già una promessa: “Virus”, “la Gabbia”) il format verrà consolidato. Con questo non intendo negare la ben nota professionalità di colleghi come Santoro o Floris, né la buona volontà dimostrata con i brevi servizi sui temi sottoposti al dibattito. Ma la comprensione dei fatti illustrati si confonde con lo scontro verbale successivo lasciando poco spazio all’autonomia di giudizio di chi ascolta.

Tuttavia chi deve fare i conti con la pubblicità commerciale da inserire nelle trasmissioni giornalistiche ( e Santoro ne fa continuamente un vanto come fondamento della sua autonomia) obbietterà ai miei ragionamenti che la realtà politica e istituzionale, per non parlare di quella economica, è spesso complicata e noiosa, come sono necessariamente certe puntate di “Report” o di “Presa diretta”, ciò non toglie che chi riesce a seguirle ha molte più possibilità di diventare un cittadino informato e politicamente maturo. Così il pubblico può assistere per ore ad accalorati duelli sulla legge elettorale o su un ricorso in Cassazione senza che nessuno gli abbia spiegato la differenza tra il proporzionale e il maggioritario, tra la questione di merito e quella di legittimità.

Ora io credo – come pare finalmente anche Gubitosi, ma lo attendiamo alla prova dei fatti – che i principali difetti acquisiti dalla democrazia italiana nell’ultimo ventennio – populismi, personalismi, superficialità, arroganza, inattitudine al dialogo – siano non soltanto all’origine ma anche effetto di queste ed altre trasmissioni televisive che della competizione esasperata fanno il motivo ricorrente, in un circolo vizioso che deve essere spezzato.

La lezione del giornalismo anglosassone – tenere i fatti separati dalle opinioni –  da noi italiani non ha mai avuto gran seguito, ma oggi le opinioni pretendono addirittura di anticipare e sostituire i fatti, la propaganda si confonde con la notizia e lo scenario politico e istituzionale è diventato quello che tutti abbiamo sotto gli occhi.

Non ne usciremo senza tagliare il cordone ombelicale che lega il servizio pubblico al dominio dei partiti e della logica commerciale, non ne usciremo finché l’ informazione sarà sempre trattata come merce e mai come bene comune.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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