Medium: più spazio per le parole, anche quelle degli altri

Mediumda lsdi.it, 13 settembre 2013 – Sono sempre più numerose le piattaforme disponibili per chi vuole fare informazione online. Jon Russell in un post su Thenextweb ne ha illustrate 15, quelle che ritiene le maggiori. Alcune di esse sono storiche, come WordPress, Blogger o Tumblr. Altre poco conosciute al pubblico italiano non di nicchia, come Svbtle o Postach.

Fra le più recenti c’ è Medium, la nuova creatura di Evan Williams, co-fondatore di Twitter.
Medium ha delle caratteristiche diverse dagli altri siti e sta raccogliendo sempre più seguaci, attratti dalla possibilità di avere uno spazio maggiore e poter così fornire notizie di più ampio respiro e approfondimento.

di Fabio Dalmasso

Sintesi. Sembra essere questa, ormai, la caratteristica più importante dell’informazione sul web. Riuscire a dare più notizie possibili nel minor spazio. Un’esigenza che cerca di sfruttare al meglio le caratteristiche del web e che, sicuramente, ha portato tutti noi ad avere a disposizione una mole di informazione infinitamente maggiore rispetto a quella disponibile anni fa. Tutto questo, a volte, anche a scapito della completezza e della qualità dell’informazione che rischia di dover sottostare ai pochi caratteri a disposizione, scarificando così elementi essenziali per una corretta comprensione delle notizie trasmesse

I 140 caratteri di Twitter

Inevitabile, parlando di pochi caratteri a disposizione, pensare a Twitter: i 140 caratteri più famosi del mondo creati da Jack Dorsey nel 2006 hanno rivoluzionato il modo di comunicare, ma, secondo alcuni, il loro uso non propriamente corretto rischia di vanificare l’immediatezza dell’informazione, dando vita, così, a uno strumento monco, utile solo a metà. Aspetti negativi che potrebbero essere superati da Medium, il nuovo servizio messo a disposizione da Evan Williams, imprenditore 41enne del Nebraska e, non a caso, co-fondatore di Twitter.

Prima di Medium: Blogger – Prima di parlare di Medium, però, occorre presentare meglio Evan Williams: nel 1999, assieme a due amici, lanciò Blogger, una piattaforma semplice e intuitiva per pubblicare sul web. Grazie ai tre informatici i blog divennero di dominio pubblico: chiunque era in grado di aprirne uno e scrivere le proprie idee o i propri articoli senza necessariamente essere un genio del computer. Una facilità d’uso che ha caratterizzato tutte le successive piattaforme sino ai social media, come Facebook  o Twitter che uniscono la semplicità all’altro elemento rivoluzionario, cioè la condivisione in tempo reale di contenuti. Ed è così che Williams è arrivato a Medium, uno strumento specificatamente dedicato alle parole e alla loro trasmissione e alle quali ha dedicato il suo nuovo progetto: “Riteniamo che le parole siano (ancora) importanti, così abbiamo creato un sistema per condividerle”.

Più spazio

L’ idea alla base del nuovo progetto di Williams può forse apparire banale, ma tenendo conto delle caratteristiche di cui si è parlato in precedenza, potrebbe invece rivelarsi un vero toccasana per arginare le possibili derive negative legate ai pochi caratteri a disposizione. Medium si presenta come “un nuovo luogo su Internet dove la gente può condividere idee e storia che sono più lunghe di 140 caratteri e non solo con i proprio amici”. Evidente, quindi, sin dalla presentazione, la voglia di contrapporsi a Twitter ed andare oltre. Il nome stesso scelto da Williams, Medium, gioca inoltre sull’ambivalenza della parola, intesa come medium, cioè mezzo di informazione, e medium come taglia, contrapposto allo small dei cinguettii.ù

Proseguendo nella presentazione, Medium viene definito come uno strumento pensato per quelle “piccole storie che rendono migliore la giornata o i manifesti in grado di cambiare il mondo”. Al di là delle frasi da marketing, salta subito agli occhi l’ accento che Williams ha voluto dare alle “dimensioni” del proprio progetto: stando a quanto ha dichiarato, il suo intento è quello di favorire contenuti più lunghi e ragionati, presentati su una piattaforma semplice, quasi spartana, che possa così essere usata da chiunque. E aggiunge: «Stiamo cercando di rendere semplice pubblicare storie e idee interessanti e organizzarle in una rete dove abbiano possibilità di essere lette e condivise».

Utilizzo semplice

L’ utilizzo di Medium è estremamente semplice e immediato: il sistema di editing risulta molto funzionale e basato sul cosiddetto what-you-see-is-what-you-get, senza troppi fronzoli e aggiunte grafiche che rendono, spesso, difficoltoso l’editing e la visualizzazione dei post.

Su Medium i post non sono elementi a sé stanti: l’ autore scrive al fianco e assieme ad altre persone. Ogni nostro post, infatti, può essere catalogato nelle collections, delle macrocategorie di argomenti contenenti tutti i post collegati. Ogni utente, inoltre, può contribuire alle collections con propri contenuti, linkando i propri post, commentando, lasciando feedback e votando i singoli contributi, creando così una classifica che si evolve in tempo reale in base alla popolarità dei singoli argomenti affrontati.

Come dicono gli sviluppatori dei Medium, “invece di vivere su un’isola da qualche parte sul web, fai parte di un unico dinamico dove una parte rende migliore l’altra”. Una sorta di “convivenza” che permette, grazie anche ad uno specifico algoritmo, a chiunque, famoso o sconosciuto, di raggiungere target specifici e vedere i propri pensieri spargersi a macchia d’olio sul web. Un’ idea “meritocratica” che si rispecchia nella frase di presentazione: “Medium non ha a che fare con chi sei o chi conosci, ma con che cosa tu hai da dire”.

Condividere le parole

I concetti alla base della creatura di Williams sono, dunque, la condivisione delle idee e delle parole unite ad uno spazio sufficientemente ampio per poterle esprimere senza dover intaccare la qualità e la completezza dell’informazione che si intende dare: «Le necessità economiche – ha dichiarato lo stesso Williams – portano i siti di notizie a cercare di meravigliare i lettori per accaparrarseli e a non preoccuparsi della qualità editoriale. Lo stato dei blog che parlano di tecnologia è atroce: creano una cultura superficiale e fasulla, enfatizzando gli aspetti meno interessanti». Un giudizio estremamente duro, ma, purtroppo, veritiero anche nel campo dei siti che fanno (o dovrebbero fare) informazione.

Se Medium sarà la nuova forma di comunicazione con il quale il giornalismo potrà confrontarsi non si sa ancora, ma la notizia positiva è che l’attenzione si sia spostata sullo spazio a disposizione. Avere una quantità non prefissata di caratteri da poter riempire non è, da solo, sinonimo di qualità, ma può essere un elemento in più per permettere a chi scriverà articoli su Medium di approfondire l’argomento, aggiungendo elementi utili, se non indispensabili, per comprendere meglio lo scritto e capirlo appieno.

Longform journalism

Si potrebbe dire che Medium risponde a un’esigenza avvertita da più parti e che, come riportato su Lsdi, ha portato alla nascita di riviste basate sul cosiddetto longform journalism. Può apparire quasi strano ai nativi digitali o a chi è abituato ad informarsi sul web che possa esistere una forma di giornalismo che si esprime in articoli e servizi di ampio respiro, con più di 2.000 parole, ma scritti di questo genere hanno fatto la storia del giornalismo. I tempi sono cambiati, dirà qualcuno, e oggi abbiamo bisogno di velocità e immediatezza, più che di lunghezza e completezza, ma perdere in qualità per riuscire ad essere i primi non è forse la soluzione migliore.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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