Mission. L’Usigrai: “La Rai si fermi. No al reality, serve informazione”

AlbanoNon si fermano le polemiche sul docu-reality di Rai1. De Robert, membro dell’esecutivo Usigrai chiede di rivedere la formula coinvolgendo il settore informazione. “Una scelta così importante va realizzata in maniera diversa. C’è il rischio di banalizzare il tema dei profughi, che ci riguarda da vicino”

ROMA, 27 agosto 2013 –  “Chiediamo alla Rai di fermarsi, di ripensare il programma coinvolgendo anche il settore dell’informazione e le testate giornalistiche che per ora sono state tagliate fuori. Una  scelta così importante come quella di fare in prima serata un programma su una delle crisi dimenticate, va realizzata in maniera diversa, altrimenti si tratterà di un’occasione sprecata, dove forte è il rischio di banalizzare il problema gravissimo dei profughi, un problema che coinvolge anche il nostro paese”. Con queste parole di  Daniela De Robert, giornalista Rai2 e membro dell’esecutivo, anche l’Usigrai entra nelle polemiche sollevate dal reality Mission, che dovrebbe andare in onda nel prossimo autunno-inverno su RaiUno e che verrà girato all’interno dei campi profughi di paesi come il Sud-Sudan e il Congo.

De Robert ricorda che l’Usigrai insieme a Medici senza frontiere ha fatto appello perché “la Rai invertisse la rotta rispetto al quattro per cento ridicolo che viene lasciato alle crisi dimenticate nei tg. Abbiamo chiesto anche un incontro al direttore generale per parlare di questo, perché per il problema c’è e lo abbiamo sempre denunciato –sottolinea la giornalista – La Rai come servizio pubblico ha un dovere in più rispetto ad altre emittenti come Mediaset e La7, di raccontare il mondo e anche i suoi drammi e suoi problemi. Per un verso, quindi, sarebbe un buon segnale la decisione della Rai di fare un programma nazionalpopolare per parlare di uno di questi drammi. In questi giorni abbiamo il problema della Siria con due milioni di profughi, di cui un milione sono bambini, che arrivano sulle nostre coste. Il problema dei rifugiati è quindi molto vicino, ma la formula scelta secondo noi non va bene, perché in televisione la forma è sostanza: non si può scegliere un reality, seppure riadattato senza gara e senza concorrenti per raccontare queste realtà così complesse”.

A suscitare particolare perplessità secondo l’Usigrai sono anche i nomi dei partecipanti a Mission, tra cui Emanuele Filiberto, Albano, Paola Barale.  “Ci chiediamo come vengono scelte le persone che in un programma come questo non saranno solo testimonial ma testimoni di quello che accade – continua la giornalista -. Non ci si può basare solo sull’epidermide, sull’emotività che possono suscitare nel pubblico. Non possiamo accettare persone che vanno lì come fossero all’Isola dei famosi – aggiunge -.  Se si vogliono scegliere personaggi famosi per trainare l’attenzione si possono scegliere persone che conoscono i problemi, ci sono tanti vip che da anni lavorano con le organizzazioni e le ong, conoscono i luoghi e i problemi. Sono rimasta molto perplessa quando ho sentito uno di loro (Albano, ndr) dire: andrò in un campo profughi in Giordania e canterò con loro.  Queste affermazione fanno capire quanto queste persone siano distanti dalla realtà che vivono i rifugiati e non siano coscienti della situazione”.

Secondo l’Usigrai dunque la formula andrebbe rivista con il supporto di giornalisti e professionisti dell’informazione che possono contribuire a dare un quadro completo sulla situazione. “Ben venga raccontare queste realtà, ben venga fare programmi nazionalpopolari ma serve un po’ più di profondità – spiega la giornalista di Rai2 – Scegliere chi deve dare voce a queste persone non è un aspetto secondario e ci chiediamo perché le testate giornalistiche non siano state coinvolte. Un docureality fatto con gente  che di solito si occupa di tutt’altro non può garantire il rispetto e la delicatezza con cui vanno trattati questi temi.  Bisogna avere la capacità di urlare il dramma parlando sottovoce, perché si tratta di persone che hanno perso tutto e vanno trattate con rispetto. Ma bisogna anche far capire al pubblico perché si creano queste situazioni –conclude – perché ci sono i profughi. E’ un dovere del servizio pubblico. Noi propendiamo per una formula con professionisti dell’informazione, che possono essere affiancati anche da testimonial, ma solo se si tratta di persone preparate sul tema.” (ec)

 

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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