Generale a due stelle, pensione a cinque stelle: mons. Pelvi lascia l’ordinariato militare

Bagnasco ordinario militare37269. ROMA-ADISTA. Dopo sette anni di servizio, mons. Vincenzo Pelvi lascia l’incarico di ordinario militare per l’Italia, il vescovo che è a capo dei cappellani militari, per raggiunti limiti di età. Va in pensione da generale di corpo d’armata, il grado militare che assume l’ordinario castrense, avendo compiuto 65 anni lo scorso 11 agosto, «in conformità alla legge italiana che regola il servizio di assistenza spirituale alle forze armate», informa il comunicato della Santa Sede. Gli resterà una lauta pensione da generale in pensione di circa 6mila euro al mese pagata dal Ministero della Difesa, che per il mantenimento dell’Ordinariato militare spende 17 milioni ogni anno: 10 milioni per gli stipendi dei circa 180 cappellani in servizio – tutti inquadrati con i gradi militari – e 7 milioni per le pensioni dei preti soldato.

Non va però in pensione da vescovo – le dimissioni vanno presentate al compimento dei 75 anni –, per cui nelle prossime settimane per Pelvi arriverà la nomina in una diocesi medio-grande, come nella prassi degli ultimi decenni: mons. Gaetano Bonicelli, dopo otto anni alla guida dell’Ordinariato, venne nominato arcivescovo di Siena; mons. Giovanni Marra di Messina; mons. Giuseppe Mani di Cagliari; e il card. Angelo Bagnasco, il più “famoso” degli ordinari militari, fu nominato arcivescovo di Genova e poi, con il pensionamento del card. Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana.Nella lettera di commiato ai fedeli e ai preti della Chiesa ordinariato militare, mons. Pelvi ha ricordato il suo servizio caratterizzato da «uno stile pastorale più creativo e meno abitudinario».

E in effetti i sette anni alla guida della diocesi castrense sono stati caratterizzati da un grande attivismo, anche mediatico (v. Adista Notizie nn. 23, 29 e 44/12; Adista Segni Nuovi n. 23/13), e da una serie di iniziative piuttosto controverse: la proposta di proclamare Giovanni XXIII – il papa della Pacem in terris, in cui la guerra viene definita «alienum a ratione» (roba da matti) – patrono dell’esercito (v. Adista n. 80/11); l’iniziativa, in occasione dell’Anno della fede, sui «testimoni della fede nel mondo militare», fra i quali erano annoverati, oltre allo stesso Roncalli, don Giulio Facibeni – cappellano militare nella prima guerra mondiale ma soprattutto fondatore di opere sociali, fra cui la “Madonnina del Grappa” di Rifredi (Firenze), costituita proprio per i bambini orfani delle guerre, più volte lodata da don Lorenzo Milani – e soprattutto don Primo Mazzolari, interventista democratico nella prima guerra mondiale a cui partecipò come cappellano militare volontario ma successivamente fiero antimilitarista («Ho schifo di tutto ciò che è militare», scrive ad un amico prete già durante il conflitto) e autore, negli anni ’50, di Tu non uccidere, un libretto in cui critica la dottrina della guerra giusta ed esalta la nonviolenza (v. Adista Notizie n. 41/12).

Condite dalle solite dichiarazioni sulla «carità profetica» degli eserciti, sul dono della vita dei soldati «al servizio della pace», sulla «vocazione alla santità del militare» che «rischia di non essere compresa particolarmente da coloro che esaltano la pace a oltranza» e sul ministero dello stesso ordinario militare «che macina chilometri impolverati su blindati Lince, che solca il mare su fregate, che prende quota elmetto in testa, zaino ai piedi (sic! ndr) e breviario in mano su traballanti Hercules C130».

«L’assistenza spirituale dei militari è vicinanza continua, instancabile accompagnamento, comunicazione interiore che non ha nulla di paragonabile ad un certo stile impiegatizio che misura le ore e i minuti o esige riconoscimenti, benefici e retribuzioni», scrive nella lettera di saluto mons. Pelvi, dimenticando però che tutti i cappellani militari sono incardinati nella gerarchia militare – da vent’anni Pax Christi ne chiede la smilitarizzazione – e, in quanto tali, retribuiti dalla Difesa: l’ordinario-generale di corpo d’armata oltre 9mila e 500 euro lordi al mese; il vicario generale è generale di brigata (6mila euro di stipendio); l’ispettore, il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono tenenti colonnello (5mila euro); il primo cappellano capo è un maggiore (fra i 3 e i 4mila euro); il cappellano capo è capitano (3mila), il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500).

«Anche se non avrò più alcuna responsabilità amministrativa e decisionale nella Chiesa castrense, continuerò a rafforzare quello strettissimo legame di amore verso le famiglie e i giovani militari che mi sono stati affidati, a cui ho donato la mia vita e dai quali non potrò mai più staccarmi spiritualmente», si congeda Pelvi, raccomandando ai soldati e ai cappellani in servizio di prendersi «cura dei feriti e delle famiglie dei nostri giovani che hanno dato la vita in missione umanitaria all’estero come nel servizio della sicurezza in Patria».Lascia le forze armate, mons. Pelvi, appuntandosi l’ultima stelletta sulla talare: quella di «cadetto ad honorem» che, il 1° agosto, gli ha conferito l’Accademia militare di Modena. Le motivazioni per il conferimento del titolo illuminano sul ruolo dei cappellani militari fra i soldati: «Con una coinvolgente azione propositiva ha contribuito in misura significativa ad accrescere nei giovani allievi l’importanza degli essenziali valori di riferimento per un comandante di uomini, quale la Patria, la famiglia, il cameratismo, la fiducia nel prossimo».

In attesa della nomina del nuovo ordinario militare (designato dal papa e nominato dal presidente della Repubblica, in accordo con il presidente del Consiglio e dei ministri della Difesa e dell’Interno), la diocesi castrense sarà retta dal vicario generale (nonché generale di brigata) mons. Ludovico Allegretti. (luca kocci)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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