Rai, mandare in onda il videomessaggio di Berlusconi non è un obbligo

di Franco Siddi*, 26 agosto 2013

berlusconi-videomessaggioVideomessaggio di Berlusconi alla Rai? Può essere inviato certo. Mandarlo in onda non sarà un obbligo. Non lo è per la legge, non lo è, in principio, per le regole del giornalismo etico, che si basano sul criterio dell’interesse pubblico e non di quello privato, Non spetta a noi decidere sui modi e sulle possibilità agire in politica del cittadino Silvio Berlusconi. Ma quella dei videomessaggi, delle note pubblicate senza repliche ne’ commento per volere del “Capo” e’ una delle manifestazioni principali dei conflitti di interesse a cui va posto termine. È un questione di interesse pubblico – questa si – sciogliere questo nodo. Se il senatore Berlusconi, se l’uomo condannato a una pena afflittiva definitiva ha da dire cose di rilievo politico, per il suo ruolo di leader del centro destra o di uomo colpito da una sentenza che egli non condivide lo faccia in contraddittorio, sottoponendosi a domande dei giornalisti o a repliche di parti controinteressate. In contrario, verificata la portata giornalistica del messaggio, i direttori e le redazioni lo trattano, appunto giornalisticamente, ponendolo al vaglio delle domande inevase, alle costruzioni di contesto e alle repliche. Bene ha fatto il segretario dell’Usigrai, Vittorio Di Trapani, a chiarire questa posizione di libertà e decoro del giornalismo e del servizio pubblico. Chiaro e’ stato – su Articolo21- nel ricordare questa linea di comportamento,storicamente coerente del sindacato di categoria, l’ex vicesegretario Usigrai e attuale presidente Casagit, Daniele Cerrato.  Proprio nella turbolenza politica molto delicata che si vive, anche a seguito della condanna che ha raggiunto l’imprenditore Silvio Berlusconi, la strada maestra e’ quella di garantire correttamente piena informazione nel rispetto della pluralità delle voci e del civile confronto. I monologhi e i comizi non sono generi dell’informazione giornalistica. Normalità e’ ricordare queste e averne riguardo. Sicuramente il servizio pubblico Rai non può essere un registratore di segnali che un modem manda automaticamente i rete.  Sarebbe di sicuro interesse e motivo di rilancio se, invece, la Rai mettesse in agenda la trasmissione di tanta documentazione su tragedie infinite come quella siriana e egiziana, sui giornalisti incarcerati in Turchia, che giornalisti free lance, senza sicurezza alcuna e in cerca di futuro, hanno prodotto con tanto sacrificio. Quella avanzata dal portavoce di Articolo21, Giuseppe Giulietti, in questo senso non è da considerare una provocazione ma una proposta di serietà e decenza.* segretario generale FNSI, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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