Nove anni senza Enzo Baldoni (e senza sapere perché)

di Pino Scaccia*, 26 agosto 2013

baldoni2La prima riflessione che mi viene da fare pensando ad Enzo (e mi capita spesso, soprattutto ad agosto) è che lui non c’è più, ma mica è cambiato niente rispetto a quando c’era. Sono passati nove anni eppure le sue cronache “dentro” l’Iraq sembrano scritte stamattina. Stessi morti, stessa angoscia, stesso caos, stessi errori. Ed è  l’aspetto più tragico perché tutti questo sacrificio di testimoni non è servito a niente.Poi c’è l’emozione. E poi ancora la rabbia. Ho dentro il cuore ma anche davanti a me, quasi fisicamente, l’immagine dei saluti. Quando gli presto il telefono satellitare, fa quella telefonata benedetta a Giusi e forse anche un’altra, magari a “Diario” per cui scriveva: non l’ho mai saputo con certezza e non lo saprò mai, come non vedrò mai tutte quelle foto che mi ha scattato quel giorno a Najaf. E poi l’ultimissima battuta sull’appuntamento a Baghdad: “Hei, dì a Silvio di farmi la cassetta perché quando mi ricapita più di andare in televisione”, la sua solita maniera di giocare su tutto, anche sulla paura. Era così amante della vita che spesso parlava della morte, come in quel suo ultimo geniale testamento affidato al blog il giorno prima di andare da al Sadr: “Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato”.

Dicevo della rabbia. Ho molta rabbia e per molte cose. Intanto perché non sono riuscito a convincerlo che non ci si può fidare di tutti e forse ha pagato l’errore di seguire qualcuno che per i terroristi era considerato una spia. Poi per tutti quelli che lo hanno sbeffeggiato: Baldoni non era un pivello, era un viaggiatore con grandi capacità comunicative e un testimone testardo, perciò prezioso. Poi perché non sono mai riuscito a capire perché è stato ucciso addirittura prima della scadenza dell’ultimatum: probabilmente è caduto in trappola, ma non so chi l’ha preparata. Perché non gli hanno evitato l’ennesimo passaggio al crocevia di Malmudyia, notoriamente maledetto? Ho rabbia anche per la sporcizia di tutte le guerre, con il famoso generale americano Petraeus che qualche mese dopo mette a libro paga addirittura il capo dell’Esercito Islamico dell’Iraq, cioè l’assassino dichiarato di Baldoni, solo per far finta di fare la pace. Ma che mondo è mai questo?

Continuo a portare avanti quei “blog paralleli” che abbiamo inventato insieme una sera d’inferno a Baghdad per raccontare le storie con due occhi diversi: quelli di un professionista dell’informazione, come mi riconosceva lui, e quelli più innocenti e forse più incisivi di un viaggiatore curioso, come si definiva lui. Di certo mi resta una grande lezione racchiusa in un’email privata a conclusione di una litigata furiosa come può succedere solo tra due amici veri: “Lasciamo che siano i fatti a parlare. Il resto sono chiacchiere e politica, tutte cose da cui voglio tenermi lontano”.

Da allora mi è capitato di seguire altri sequestri: quello di Daniele Mastrogiacomo, grande amico, dopo una cena insieme a Kabul, e quello nell’arcipelago filippino di quel fantastico missionario di padre Bossi, molto simile a Enzo, capace di scusarsi per il “grande casino” che ha combinato. Sono stati periodi difficili conclusi però da grandi abbracci e da infiniti racconti. Ecco, con Enzo non è successo. E così mi resta il rimpianto di aver perso una pagina di vita incredibile. Con quello che scriveva e diceva e pensava Enzo, figuratevi cosa ci siamo persi tutti. Come avrebbe raccontato il suo rapimento. Per non dire della sua morte. Potesse una notte in sogno raccontarcela: ci faremmo un sacco di risate. E magari sapremmo, finalmente, anche la verità.

Didascalia. Scherzavamo, quando gli ho scattato questa foto. Stavamo in quella stradina di Najaf, chiusa dagli americani, che avevano circondato anche noi che volevamo andare verso il mausoleo. Scherzavamo mentre sparavano. Poi, finalmente siamo riusciti a uscire dalla trappola con Enzo che a piedi faceva da staffetta con la bandiera della Croce rossa. Siamo riusciti a rifugiarci a Kufa, in una moschea. Mentre i medici curavano i feriti ci hanno offerto da mangiare. Io ho rifiutato. Enzo invece è andato a pranzo. Poi ci siamo salutati. Io sono tornato da solo a Baghad, lui è rimasto per un’idea che mi aveva confidato tante volte: “Per capire, servono tre, anche sette giorni” diceva. Quasi un sogno da blogger curioso ed entusiasta, che ci scambiavamo spesso per gioco: “Pensa se becchiamo al Sadr!” L’ho rivisto molti anni dopo dentro una piccola bara di legno, a Preci il suo tranquillo paesino umbro. Con gli appuntamenti è sempre stato un disastro.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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