Roidi: quelle regole da restituire alla professione dei giornalisti

Roidi vittorio
Vittorio Roidi

Da Guido Columba, presidente UNCI. Sabato 17 agosto, il Corriere della Sera ha pubblicato a pag 27 una “Lettera” di Vittorio Roidi, intitolata “Quelle regole da restituire alla professione dei giornalisti”. Roidi, dopo importanti impegni professionali sia nella radio sia nella carta stampata, ha ricoperto ruoli di vertice nella Federazione della stampa e nell’Ordine nazionale dei giornalisti. Adesso insegna etica del giornalismo.

 “Caro direttore, del giornalismo nessuno si interessa. In questa fase della vita del Paese così tesa al risanamento sia economico sia politico, l’informazione non sembra un problema. Come se andasse per il verso giusto. Povero Guido Gonella ! Quaranta anni fa si batteva per far approvare la legge che, attraverso l’ istituzione del’Ordine, prometteva agli italiani giornalisti professionali obbligati alla ricerca della verità. Invece, dappertutto compaiono pseudo professionisti, impreparati e per di più faziosi, impegnati a sostenere la tesi di un partito più che a cercare notizie vere, o almeno verificate. Ci sarà qualcuno disposto a una riflessione, magari in un Parlamento pieno di giovani baldanzosi ?

Professionisti ? Ma quali? I canali televisivi li invitano a dibattere ed eccoli seduti tranquillamente sulle poltrone dedicate alla maggioranza o all’opposizione. La maggior parte di coloro che vanno all’esame di Stato non ha una preparazione decente. Il praticantato tradizionale non esiste più. La Federazione della stampa e gli Ordini regionali pensano che chi “lavora” deve ottenere la qualifica professionale. Così mandano tutti a fare l’esame e chiuderebbero volentieri le poche scuole esistenti.

La deontologia ? Tanta, ma  sulla carta. I nuovo consigli di disciplina voluti dalla Ue? Non si vedono. E’ una professione questa ? Una democrazia moderna si basa sull’informazione, ma perché chiamare professione un’attività poco più che artigianale ?

Oppure ristabiliamo le regole. Se al sistema democratico sono utili professionisti veri, chiariamo cosa devono sapere e fare.  Come per un medico o un avvocato. Un giornalista professionista non può essere considerato – come avviene nei contenitori televisivi pomeridiani – alla pari di una starlette e neanche di un famoso accademico. Perché lui deve avere l’obbligo di cercare la verità, deve essere visto dal pubblico come un garante, un notaio. Forse i giornali venderebbero più copie se i lettori avessero la certezza di essere informati da veri professionisti. Non un menestrello che allieta la platea, ma il diplomato di un famoso conservatorio di musica che ha vinto un concorso in una grande orchestra.

E non si tiri in ballo la libertà di espressione. Quella è già garantita a tutti: pubblicisti collaboratori, articolisti. Il vento della Rete ha dato a chiunque la possibilità di cinguettare e trasmettere. Ma se la professione ha ragione di esistere deve essere accompagnata da un’etica, da una preparazione, da comportamenti adeguati. Proseguiamo il progetto Gonella. O abbandoniamolo.

Vittorio Roidi docente di Etica e deontologia del giornalismo, Università Sapienza. Roma

Columba
Guido Columba

 Il Parlamento non è ancora riuscito a far divenire legge il divieto di commentare ciò che i lettori inviano ai giornali, quindi alcune considerazioni. Roidi sviluppa questa critica del giornalismo da decenni (Coltelli di carta risale al 1992). Spesso ci siamo trovati a polemizzare, perché essendo io rimasto nella cronaca ho potuto anno dopo anno vederne le degenerazioni, ma anche le buone cose che ha continuato e continua ancora oggi a fare. Lui essendo uscito dalla professione attiva ha solo la dimensione del censore che non ricorda più la fatica che gli costava trovare o anche solo verificare una notizia.  Detto questo due spunti:  il giorno dell’incidente in laguna un giornale nazionale ha titolato a tutta pagina: Onde altre 2 metri nel Canal grande. Quanti lettori hanno capito che non era una vera notizia ? Vere onde alte 2  metri spazzerebbero via il ponte di Rialto e tutto quello che c’è attorno.

Da piccolo mi commosse la storia del bambino olandese che passava tutta la notte con il dito infilato in un buco della diga per impedire che crollasse in attesa dei soccorsi. Storia ingenua, ma come tutte le fiabe, con sottofondi importanti: nulla può sostituire l’impegno personale, la collaborazione è indispensabile per fare buone cose. Quanti giornalisti professionisti da decenni fanno esattamente l’opposto ?

 Guido Columba, presidente Unci

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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