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La crudele estate del Mediterraneo

Quanto è crudele questa estate mediterranea. Ma Bouazizi non è morto invano. E al Cairo ripassino la storia dell’Akp. – Da “Il mondo di Annibale”, martedì 20 agosto 2013.  

Un tempo il termine “mite” si associava all’inverno. “Beh, è stato un inverno mite.”, si diceva quando la si faceva franca da eccessivi rigori. Adesso, da quando per noi romani il ponentino è morto ucciso dalla speculazione pontina e per tutti gli altri italiani le bolle africane hanno portato il termometro estivo a raggiungere i 40 gradi, si parla di “estate mite”. Questa volta solo pochi giorni di bolla africana, per fortuna.”. Eppure questa estate è stata davvero crudele per noi, cittadini del Mediterraneo.

Il miglior esperto di scienze climatiche si è dimostrato papa Francesco, che ha voluto aprire questa estate con una prima visita apostolica che era un programma e una visione: Lampedusa.

Sì, Lampedusa è la capitale morale di questo Mediterraneo, della sua estate diversamente crudele per marocchini, tunisini, libici, egiziani, iracheni, siriani, libanesi, turchi, greci.e su un altro livello anche per noi italo-spagnoli.

Forse mai come questa volta il Mediterraneo è stato unito, dalla crudeltà estiva. Qualche volta durante queste giornate estive ho guardato il pallore dell’afa stemperare la bellezza dei nostri paesaggi mediterranei domandandomi perchè noi non ci sentiamo “mediterranei”. Se il Medio Evo persiste in alcuni ordini sociali è un po’ colpa nostra, un po’ di altri interessi, e un po’ anche di questo nostro rifiuto, come se negare l’identità mediterranea ci salvasse anziché condannarci.

E’ lontana la Primavera? Chi ricorda il venditore ambulante di Tunisi? Come si chiamava? Davvero: chi ricorda il suo nome? Si chiamava Muhammad Bouazizi, e correva il 18 dicembre del 2010 quando esplose la rabbia che all’inzio del 2011 lo portò a darsi fuoco. Tutto inutile? Non si esce dal Medio Evo sociale così, in un giorno: occorrono riforme strutturali, sociali, politiche economiche. Ma è anche vero che tre anni di lotta per la consapevolezza non si cancellano con un golpe: non si sequestrano. E Istanbul ci aiuta a capire perchè.
Sulle rive del Bosforo c’è un quartiere dolcissimo: un simbolo del Mediterraneo che potrebbe essere e che forse sarà.Gudzuncuk. Lì c’è una sinagoga funzionante, una chiesa funzionante, una moschea funzionante, una vista sul Bosforo elettrizzante, tanti turchi e pochi turisti. Lì, a Gudzuncuk, mentre in molti si parlava di un’altra area cittadina e del suo sogno, mi sono ricordato del golpe del 1977, il golpe postmoderno lo chiamano, perchè senza spargimento di sangue. Fecero secco il governo di Erbakan, il leader islamista turco che guidava un partito assai simile ai Fratelli Musulmani egiziani d’oggi. Il risultato fu il solito, ma anche l’emergere dalle ceneri del Partito del Benessere del nuovo AKP, il partito di Erodagan, Gul e Arnic.

La loro vera fortuna a mio avviso è stata nell’intelligenza del “finanziatore”, Fetullah Gulham, che li ha aiutati complici il crollo dell’impero sovietico a costruire un ceto medio islamico, mentre i soldi dei Fratelli Musulmani egiziani oggi vengono spesi per mantenere in vita e “opere” i diseredati del Cairo. Ma la grande idea di Erdogan e compagni è stata quella di capire che dietro quel golpe c’era una lezione: non si prende davvero la guida di una società moderna volendo imporre uno stile di vita, un codice (islamico).

I laici turchi erano paranoici prima di Erdogan: dopo di lui sono molto migliorati. E anche i “devoti” hanno fatto progressi. Se in Egitto si prendesse nota. Chi si illude che i generali odierni seguano Nasser si illude proprio. Nasser ha fatto disastri, ma al cospetto era davvero un gigante, incomparabile ai piccoli generali odierni. Un motivo per temere, ma anche per sperare che questi ultimi non si stabilizzino in un neo-mubarakismo. In questo servirebbero “laici” cauti e “devoti” con il fiuto di Erdogan. Chissà. Ma servirebbe anche una visione mediterranea, nostra. Quella che dimostriamo di non avere. E forse di non voler avere. La visione di laici mediterranei che non temono il fatto religioso e che anzi ne accettano il dato “mediterraneo”. E la visione di religiosi mediterranei che non temono la modernità, ma sanno accettarla lì dove significa rifiuto dell’omologazione e dell’imposizione.

Così facendo forse le bolle africane diverrebbero meno frequenti e le nostre estate meno crudeli. Ma nell’attesa non si dica che Buazizi è morto invano, perchè la storia che sembrava essersi fermata si è rimessa in moto. Se la riconoscessimo come anche nostra… Spingendo, cambierà ancora.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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