Il presidenzialismo che viene dall’alto

Quirinale bandieradi Sandra Bonsanti24 luglio 2013   Aspettando quel peggio che deve ancora arrivare, sappiamo che quest’anno non ci sono vacanze per nessuno. Grava sui pensieri di tutti lo spettro della doppia crisi, economica e istituzionale, che è ormai tra noi, autentico dominus della vita pubblica e privata. Resta solo, consci che le bizzarrie della Storia non ci consentono di prevedere sbocchi identici al passato, il dubbio su quanta e quale democrazia ci resterà alla fine.

Sapendo che è una corsa a perdere.
Barbara Spinelli ci parla di un novecento che lei conosce molto bene. Costituzionalisti e storici come Gustavo Zagrebelsky denunciano le ferite al sistema istituzionale. Altri, come Rodotà denunciano la crisi della società dei diritti. Tutti gli economisti ci preparano, appunto, al peggio.
A incupire i pensieri di tanti cittadini ci sono ormai anche due problemi.
1) esiste qualcuno, singolo o forza politica, che porta più responsabilità di altri per questa drammatica situazione?
2) la pacificazione invocata e suggellata con le larghe intese, la ricerca ossessiva di mettere insieme Pdl e Pd contro le scelte degli elettori è risultata una strategia utile a vincere le due crisi oppure le ha fomentate dando loro il valore di una assoluta necessità istituzionale? Ha fatto bene oppure ha sbagliato il Presidente della Repubblica a sostenere e quasi a imporre questa scelta?
Ce n’è per perdere il sonno, la lucidità, la voglia di partecipare ancora alla vita politica di un Paese che si dibatte fra dubbi del genere.
Possiamo solo dire alcune cose e ribadirle tra noi, minoranze inascoltate.
Primo: non possiamo tacere, questo è il tempo delle parole, delle prese di posizione, del parlar chiaro. Pazienza se gli appelli si susseguono. Peggio assai sarebbe il silenzio.
Secondo: riteniamo sbagliato aver messo mano, in queste condizioni e con questi personaggi, allo smantellamento della seconda parte della Costituzione. Non così si fanno le riforme necessarie, non violando l’articolo 138. Non imponendo tempi di dibattito, togliendo la parola persino a Parlamento che sarà comunque limitato nella facoltà di influire.
Terzo: sì, ci sentiamo oppressi da una cappa di raccomandazioni da parte del Presidente della Repubblica, convinto che il ricorso frequente alle urne sia una patologia. Se di patologia si tratta, e potremmo anche dargli ragione, non la si cura certo dall’alto, imponendo scorciatoie e accusando di antipolitica chiunque dissenta. Non la si cura di certo sognando De Gaulle e la Repubblica presidenziale.
Quarto: responsabilità. Gli intellettuali, la società civile in questi anni hanno parlato: a contatto col territorio hanno visto crescere motivi e ragioni della disaffezione prima e della rabbia poi. La risposta a chi chiedeva partiti diversi e’ stata: senza questi partiti non c’è democrazia.
Abbiamo fatto la nostra parte. Siamo soddisfatti? Certo no. Ma l’auto assoluzione generale, il rifiuto di guardare in faccia colpe e sottovalutazioni, ci fa orrore.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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