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25 luglio 1943. La caduta di Mussolini. Oggi, a 70 anni di distanza la passione per “l’uomo fatale” non è stata ancora ripudiata

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di Nicola Tranfaglia*. – Sono  passati sette decenni da quella calda giornata del 25 luglio 1943 in cui il cavalier Benito Mussolini di Predappio  dovette lasciare il potere e, fatto arrestare dal re Vittorio Emanuele III di Savoia Carignano, esser portato nelle isole vicino a Roma, prima di andare alla prigione stabilita  per lui al Gran Sasso. L’Italia era in guerra, alleata alla Germania di Hitler e al Giappone di Hiro Hito contro la Francia divisa e in parte  filonazista e l’Inghilterra di Churchill ma anche gli Stati Uniti di Roosevelt, e  le cose andavano male. Qualche mese dopo l’Italia di Vittorio Emanuele III e  Pietro Badoglio avrebbe dovuto chiedere l’armistizio alle potenze alleate di fronte alla sconfitta che si stava profilando. Insomma, a dirlo in poche parole il mondo era diviso in due, i fascismi avevano conquistato buona parte dell’Europa ed era stata la vittoria in Africa e l’ingresso in guerra degli Stati Uniti nel ’41-42  e poi dell’Unione Sovietica di Stalin a modificare  gli equilibri del conflitto e a dare finalmente speranze a tutti quelli che sparsi, nei vari continenti, avevano identificato nel fascismo l’agente della dittatura e degli antisemitismi contro i quali lottare.

Ma oggi sappiamo, dopo decenni di ricerche storiche, che l’antisemitismo era presente non soltanto nei fascismi ma anche nel comunismo staliniano e che il governo dittatoriale e antidemocratico era presente senza dubbio nella dittatura sovietica. Dunque  siamo più che mai antifascisti ma ci battiamo perché razzismi e antisemitismi come dittature antidemocratiche lascino il posto in tutto il mondo (siamo ancora lontani da un simile risultato!) a governi retti da costituzioni  democratiche applicate realmente nei vari paesi. La notte del 24 luglio 1943 si riunisce a Roma, a palazzo Venezia  il Gran Consiglio del Fascismo, era molto tempo che l’organo massimo del regime non si riuniva, Mussolini decideva tutto da solo ma quella notte occorreva decidere sullo sbarco avvenuto quindici giorni prima in Sicilia che aveva portato la guerra in casa e un gruppo di gerarchi capitanato da Dino Grandi  voleva che il duce si mettesse da parte e lasciasse il potere al sovrano di fronte all’imminente invasione anglo-americana. Una dura  lotta per il potere in un regime che era al tramonto ma che in Italia resisteva grazie a un forte apparato repressivo, ai media del tutto asserviti, agli oppositori ridotti a migliaia  nelle carceri o al confino oppure obbligati a stare chiusi in casa nascosti e lontani dalle masse. C’erano alcune cellule operaie e contadine dei partiti socialisti e comunisti o del movimento di Giustizia e Libertà ma erano pochi e dispersi in un territorio misero e disperato. Il dittatore non si fida degli alleati nazisti,  come dei suoi gerarchi preoccupati, e vive alla giornata. In questa situazione Grandi, ex squadrista ma poi ministro degli Esteri e ambasciatore, prepara un ordine del giorno che chiede a Mussolini di lasciare il governo e affidare al re – con il quale ha fissato da molti anni una sorta di diarchia – il comando delle forze armate e i rapporti con gli alleati e con i nemici. Mussolini non può accettare ma in quella notte ottiene soltanto cinque voti contro i diciannove che hanno votato con Grandi (tra i quali c’è anche Galeazzo Ciano, marito di Edda Mussolini e fino al qualche mese prima ministro degli Esteri del regime). La tragedia si consuma in una lunga notte e all’alba il romagnolo va dal re che gli impone le dimissioni e dà disposizioni perché sia arrestato uscendo dall’udienza e trasportato nelle isole.

Uno scherzo da prete da parte di un re che è stato per quasi vent’anni (dal delitto Matteotti del giugno 1924 in poi ad essere indulgenti) complice e compagno del regime fascista ma Mussolini avrebbe potuto aspettarselo, come dirà, infatti, quando farà per venti mesi il “re travicello” della Repubblica sociale italiana (prima di essere fucilato dai partigiani a Giulino di  Mezzegra il 25 aprile 1945), costruita dai nazisti per l’ultima parte della seconda  guerra mondiale.

Del resto quel che agli italiani può servire ancora oggi, nel ricordo del 25 luglio 1943, è la passione ripudiata, dopo vent’anni abbondanti, per un uomo fatale. Non dimenticando che la passione per l’uomo fatale si è riprodotta il 27 marzo 1994 per l’uomo di Arcore e rischia di sopravvivere ancora nelle prossime elezioni politiche se il PD non  metterà la testa a partito, non costruirà un’alternativa con le altre forze a sinistra piuttosto che perseguire uno pseudo-compromesso con i luogotenenti dell’ineffabile  Cavaliere .

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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