Papa Francesco, la Gmg a Rio e la liberazione di Roma

Papa Francesco 5di Piero Schiavazzi, 23 luglio 2013 – Come 22 anni fa con Wojtyla, la Giornata mondiale della gioventù consacra il pontefice e la sua geopolitica. Giovanni Paolo II era il liberatore dell’Est (Europa), Bergoglio – che si è già preso l’Urbe – punta a Sud. 

  • È la prima volta che la Chiesa ha un papa sudamericano ed è la prima volta che il papa sudamericano torna a casa. Non si poteva scegliere una location più “kolossal” del Brasile, dove i fedeli e l’episcopato sono i più numerosi. Né si poteva immaginare una scenografia più funzionale della Giornata della gioventù, moderno arco di trionfo dei pontefici.
  • Fu così a Czestochowa, nel 1991, all’indomani della caduta del muro e dei regimi. Con la differenza che il quadro si presenta oggi rovesciato rispetto ad allora: non solo geograficamente, con il passaggio nell’emisfero Sud, ma in termini di lettura storica.
  •  La Giornata mondiale della gioventù (Gmg) oltrecortina, evento impensabile fino a due estati prima, consacrò la riconquista dell’Est ad opera della Chiesa e del suo condottiero venuto dalla Vistola.
  • La Gmg oltreoceano sancisce al contrario la conquista dell’Urbe da parte dell’alleanza che ha vinto il conclave di marzo e che ha nelle Americhe il suo retroterra strategico, dai grandi laghi ai ghiacci australi.
  • Wojtyla arrivò a Varsavia da liberatore della Polonia, accolto in ginocchio da Lech Walesa, neopresidente di una repubblica non più “popolare” ma di popolo, che si inchinava davanti alla Chiesa dopo averla tenuta sotto il tallone.
  • Francesco giunge a Rio come il liberatore di Roma, dove ha trovato una chiesa in ginocchio, non per impeto devozionale ma sotto il peso dei propri scandali, al minimo della popolarità. Nel 1991, insieme a Walesa, nei cieli del vecchio continente brillavano le stelle di Havel e degli altri eroi della resistenza, illuminando le aspettative di una “terza via” che non sarebbero stati però capaci di esplorare, mentre i loro paesi diventavano capitalisti. Accanto a Dilma Rousseff, in questo 2013, dalle Ande ai Caraibi tramonta l’astro di Cristina Kirchner e degli altri leader progressisti, colpevoli di avere aperto una strada senza il coraggio di percorrerla fino in fondo.
  • L’aereo di Giovanni Paolo II atterrò in un cantiere rombante di progetti decennali e ideali solidaristici, che da lì a fine millennio avrebbero mutato rotta, virando verso il liberismo.
  • Il volo di Francesco plana sopra una decade di crescita imponente ma di riforme incompiute, che non hanno preso quota. E alla fine sono uscite fuori pista, riversando la delusione nelle strade e suscitando la protesta.
  • Wojtyla dette la scossa e gettò il seme spirituale della riunificazione dell’Europa: un’integrazione politicamente sterile ma geograficamente miracolosa, con l’allargamento della Comunità da 9 a 25 Stati nell’arco del suo pontificato.
  • Bergoglio già oggi appare il leader più rappresentativo dell’area e il campione della “Patria Grande”, richiamata nel primo incontro con la Kirchner: un progetto culturalmente autoctono, che guarda strutturalmente al modello europeo, con la costituzione dell’Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane, ma resta indietro sul piano sociale, tra disuguaglianze ancora enormi che solo un miracolo può colmare.
  • Quanto più è agevole riempire il vuoto carismatico, tanto più sarà difficile per il papa supplire a quello programmatico, nel solco scavato dalle marce della Confederations Cup. È questa la sfida e la domanda geopolitica, non solo georeligiosa, cui Francesco non può sottrarsi.
  • Non si tratta soltanto di comprendere, come chiede Time dedicandogli la copertina, se è possibile “risollevare le sorti della Chiesa nel continente”, ma il continente stesso, come chiedono i manifestanti.
  • Cresciuto nella terra di Perón, l’attuale successore di Pietro conosce il ciglio che non va oltrepassato, per non scivolare nel populismo. Ma sa pure che le aspettative nei suoi confronti non sono congiunturali, bensì epocali. Non salgono dalla piazza, ma dalla storia. E nemmeno si limitano al Sudamerica, ma si estendono a tutto il meridione del globo. L’elezione di Bergoglio, ben oltre le contingenze di Vatileaks, rappresenta il punto di arrivo di un riposizionamento dell’asse geopolitico della Chiesa, iniziato 20 anni fa e immortalato da un’immagine che interpreta il cambio di inquadratura nella visione dei romani pontefici.
  • Il 14 agosto 1991, durante la veglia di Czestochowa, una giovane africana eluse la sorveglianza, corse sul palco ad abbracciare il papa, lo strinse forte, pianse sulla sua veste e diventò il simbolo, all’istante, della parte del pianeta che temeva di venire abbandonata. Mentre l’Est e l’Ovest celebravano la riunificazione, il fossato tra il Nord e il Sud si ampliava. Così, da un muro che non c’era più, le frontiere del pontificato cominciarono a spostarsi verso i nuovi “confini del mondo”, in attesa che il vento di un conclave spingesse a quelle latitudini la sua fumata bianca, una sera di marzo di ventidue anni dopo.
  • Nel frattempo le periferie si trasformavano in centro, ovvero nell’ovile dove si raccoglie la maggioranza del gregge. Allo stesso modo in cui Wojtyla brandiva il piccone dei discorsi e dei viaggi per abbattere il muro, Bergoglio imbraccia il badile delle parole e dei gesti per ridurre la profondità del fossato, conscio che a metà del secolo, stando alle ultime stime dell’Onu, un terrestre su quattro sarà originario dell’Africa, con una impressionante progressione e pressione, demografica e migratoria.
  • L’isola di Lampedusa, estremo avamposto mediterraneo e meridionale, d’Italia e d’Europa, in questo senso ha costituito per lui uno scalo e un modello in scala. Ma è in Brasile che il papa del Sud, in riva all’oceano e davanti a una platea oceanica, proverà sul campo e a grandezza naturale il nuovo posizionamento della Sede Apostolica, scandendone le coordinate e saggiandone le conseguenze.
  • Articolo originariamente pubblicato sull’Huffington Post il 22 luglio 2013.

 

Per approfondire: L’atlante di papa Francesco

(23/07/2013)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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