Torture e stupri: l’inferno dei migranti nelle carceri libiche

migranti carceri libicheUn dossier di In Migrazione onlus racconta, attraverso la voce dei protagonisti, le condizioni di vita dei migranti nelle strutture detentive del paese. Quasi 8000 gli sbarchi nei primi sei mesi del 2013, 40 i morti o dispersi che cercano di raggiungere l’Europa

ROMA, 19 luglio 2013 – In 17 in una stanza di quattro metri per quattro, con cibo insufficiente, condizioni sanitarie allarmanti, botte e torture. È questa la condizione di molti migranti nelle strutture detentive della Libia, documentata dal dossier realizzato da In Migrazione onlus “0021 trappola libica”, diffuso oggi. L’indagine è stata realizzata attraverso una serie di interviste con persone che hanno vissuto un’esperienza di detenzione nel paese, mentre tentavano di migrare verso l’Europa e l’Italia.

“Qui non c’è scelta, ci facciamo coraggio e cerchiamo di resistere – racconta al telefono Abdusalam.  Nella stessa stanza di quattro metri x quattro siamo in 17”. Il dossier sottolinea come un censimento dei luoghi di detenzione libici sia pressoché inesistente, così come il numero di migranti forzati che affollano questi non luoghi. “Chi siamo riusciti a contattare ci ha raccontato di almeno 500 persone “accolte” nel campo della Mezzaluna rossa a Benghasi – si legge nel documento – altrettante rinchiuse a Kubz, 1300 a Sabha nel deserto”.  Secondo Amnesty International sono 5000 i migranti forzati rinchiusi in 17 centri di trattenimento, che vanno ad aggiungersi ad altre 4.000/6.000 persone tra carceri comuni e campi di accoglienza gestiti da miliziani. La Croce Rossa Internazionale per esempio, di strutture ne ha visitate 60.

“Tutti i reclusi subiscono sistematicamente trattamenti crudeli e degradanti, percosse, stupri e torture – spiega il rapporto -.Purtroppo non è dato sapere con certezza quante siano le donne e i minori che condividono con i loro compagni di viaggio questo infernale girone dantesco. Per avere un’idea però si può considerare che nel 2011sono sbarcati a Lampedusa 4.300 minori non accompagnati”.

“La Libia – dichiara Simone Andreotti, presidente di In Migrazione Onlus – non contempla un sistema d’asilo, non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra sui diritti dell’uomo ed è un luogo di detenzione disumana ormai conclamato. Dal 2010 persino l’Unhcr è impossibilitato al controllo del rispetto dei diritti umani. L’ostinazione dell’Occidente a non voler vedere, rende lecite le pratiche brutali che il paese utilizza per il controllo dell’immigrazione e ci rende colpevolmente complici. Dunque si insiste su un approccio all’immigrazione che fu premessa dei famigerati respingimenti costati all’Italia una condanna da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo”. L’ultimo accordo tra Italia e Libia è stato ratificato lo scorso 4 luglio (pochi giorni prima della visita di Papa Francesco a Lampedusa), tra il premier Letta e il primo ministro libico, Ali Zeidan Mohammed.

Il dossier di In Migrazione onlus aggiunge inoltre che il pericolo per la propria vita in Libia non è rappresentato soltanto dalle condizioni detentive cui sono sottoposti i migranti. “La Libia è diventata un enorme supermercato di armi, dove regna la confusione e la legge del più forte. In questo scenario le prime vittime sono le persone provenienti dall’Africa subsahariana, perché come ci ha raccontato Yasin, “anche loro ci dicono [i libici]: “non vogliamo vedere la pelle nera”, perché questa è la situazione…” si legge nel documento. Razzismo e rastrellamenti hanno subito una recrudescenza nel settembre 2012 dopo l’attacco al consolato USA di Benghazi e nel febbraio del 2013 in occasione del secondo anno della “rivoluzione”.

Attraversare il Mediterraneo, spiega il rapporto, rappresenta dunque l’unica speranza per riappropiarsi di una vita. “Il ricco business transnazionale dei migranti impone reiterati passaggi tra trafficanti senza scrupoli e forze dell’ordine altrettanto spregiudicate.Ogni traversata ha un costo anche economico che si aggira tra i 900 e i 1200 euro” continua il documento.La consapevolezza di quanto sia rischioso affidarsi ai trafficanti e prendere il mare con imbarcazioni vecchie e inadeguate, è altissima tra i migranti. Eppure l’istinto di sopravvivenza è maggiore alle paure: “Questa non è una vita, non posso tornare –racconta Teklemariam – non c’era alcuna scelta, per forza dovevo rischiare, per questo il viaggio non ti fa paura, nessuno ha paura di provare il mare, tutti hanno il desiderio di uscire dalla Libia, nessuno ha paura del mare, la cosa peggiore è vivere in Libia, perché vivere con i libici vuol dire vivere in un incubo”.

Dal 1988 al novembre 2012 ci sono stati almeno 18.673 morti nel tentativo di raggiungere le nostre coste. Se non si tiene conto dei naufraghi di cui non si ha notizia questi sono i numeri agghiaccianti di una guerra sommersa.  Il 2011 è stato un anno orribile con una media di 5 decessi al giorno per un totale di almeno 1.822 morti,di gran lunga di più delle 1.274 vittime del 2008 (anno precedente all’inizio dei respingimenti), quando in Sicilia si contarono 36.000 arrivi.  Nel 2012 si sono registrate circa 500 vittime tra Libia e Italia a fronte dell’arrivo di circa 13.200 migranti.   I primi sei mesi del 2013 vedono invece 40 persone tra morti e dispersi di cui si è avuta notizia e circa 7.800 persone arrivate sulle coste italiane sane e salve.

“Evitare queste morti non è impossibile. – conclude il presidente della Onlus Andreotti – Sarebbe sufficiente permettere a queste persone di ottenere un lasciapassare nelle ambasciate e nei consolati europei nei Paesi di transito, per poter fare richiesta d’asilo in Europa. Una scelta che metterebbe fine alla sofferenza delle persone, che salverebbe tante vite e che spezzerebbe gli interessi del traffico di esseri umani. Un modo per smarcarsi definitivamente dai ricatti di paesi che trasformano l’apertura o la chiusura delle frontiere in un’arma di pressione internazionale”.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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