Il governo è caduto e non lo sa. Il caffè del 17 luglio.

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Il governo è caduto, e non lo sa. Il caffè del 17 luglio

Ieri lo guardavo, Alfano, lucido e nero sotto l’abbronzatura. Coglievo lo sforzo, mentre leggeva la relazione del prefetto Pansa come se fosse la Torah, sentivo la caparbietà con cui si aggrappava alle virgolette come a un ancora, l’ultima che poteva salvarlo. E pensavo: oggi il governo è finito. Letta potrà sopravvivere. Venerdì, alla sfiducia individuale contro il suo vice e ministro dell’interno. Il 30, alla sentenza su Berlusconi della cassazione. Potrà persino passare l’estate. Ma il governo delle larghe intese, quello che avrebbe dovuto traghettarci fino al 2015, con le riforme costituzionali e grazie ai vantaggi da lucrare con il semestre italiano di presidenza in Europa, non c’è più. È sprofondato sotto il macigno di quel “non sono stato informato, né io, Angelino Alfano, ministro dell’Interno, né altri ministri. Emma Bonino, titolare degli Esteri, né il Presidente del Consiglio, Enrico Letta”.

A insaputa del Governo, a nostra insaputa quindi, l’intelligence e l’ambasciata del Kazakistan avrebbe organizzato un blitz, con decine di agenti, tutti pagati dallo Stato Italiano. Cercavano, in una villetta di Casal Palocco, un presunto latitante, pericoloso, armato, un terrorista, secondo informazioni fornite da uno Stato straniero. Ma l’uomo non c’era. Allora i poliziotti italiani si sono portati via la moglie che aveva un regolare passaporto, ma africano e quindi, non credibile, in un paese dove si dà dell’orango a una ministra con la pelle nera. Per tre giorni la donna e la bambina vengono sequestrate, processate e poi consegnate all’ambasciatore del Kazakistan che se le porta via con un grosso jet preso a nolo. Tutto questo può accadere solo in un paese che abbia perso la sua sovranità. Con un governo che preferisce non sapere, non risponde al telefono e scarica la responsabilità sui sottoposti. Un governo che ha gettato la spugna. Forse a sua insaputa, ma l’ha fatto.

L’unione Europea ci chiede conto della violazione dei diritti umani. Il prefetto Procaccini, capo di gabinetto del ministro dell’interno, rassegna le dimissioni ma non si rassegna: “mi chiesero di incontrare l’ambasciatore kazako, riferii sul colloquio”. Dunque, Angelino, almeno questo lo sapevi, che i Kazaki ti cercavano, del blitz andato a vuoto, sapevi. Perché non lo hai ammesso ieri in Parlamento: sapevo che i Kazaki davano la caccia a un uomo, non volevo incontrarli e me ne sono lavato le mani. Perché hai preferito parlare solo della seconda parte, quella del sequestro e dell’espulsione di Alma e Alua, quello per il quale accusi Valeri e l’Ufficio Immigrazione.

Sarà “riorganizzato” l’ufficio immigrazione – ha detto il ministro – colpevole di non aver verificato le credenziali di Alma. Ma, Angelino, dovresti sapere come ragionano i poliziotti. Che bisogno avevano di verificare? Sapevano che il blitz era partito dal Viminale, che era caccia grossa, autorizzata, una cosa che stava a cuore molto in alto. E così hanno fatto in fretta. Prima si liberavano della faccenda meglio sarebbe stato. Hanno fatto in fretta, per una volta, anche i giudici: tutto in regola, una formalità. Alma e Alua, moglie e figlia di un criminale ricercato per ordine del Viminale, andavano espulse. Meglio, consegnate all’ambasciatore di quel paese amico, il Kazakistan, che ci rifornisce di Petrolio e certo ha santi in Paradiso. Come dimostra quel grosso jet, con i motori accesi, da Ciampino. Ragion di stato.

“Ministro, lei non può chiamarsi fuori” avverte alla Camera Bruno Tabacci. Pier Ferdinando Casini, al Senato, chiede almeno la rimozione dell’ambasciatore kazako, la Bonino lo convoca, ma lui si nega perché è in ferie. Matteo Renzi sollecita il Premier a riferire in Parlamento. Dopotutto è a Letta che abbiamo votato la fiducia. I giornali non infieriscono. Non c’è n’è bisogno. Il destino del governo è segnato. Tanto vale aspettare. “Shalabayeva, paga solo la polizia”, Repubblica. “Alfano: il governo era all’oscuro”, Corriere della Sera. “Io e Letta all’oscuro” (chiamata in correità?), La Stampa. Per il Giornale, “Renzi pugnala Letta”. Ieri Gasparri, intervenendo dopo Alfano, si è profuso in ringraziamenti. La Santanchè, furiosa, ha denunciato che il Pd non abbia applaudito. “Alfano ridicolo. Non conto nulla. Ma il Pd come fa ad accettarlo?” È la ricostruzione del Fatto. Già, come farà il Pd a votare contro la mozione di sfiducia ad Alfano?

Se io fossi Epifani, se fossi uno dei dirigenti del Pd che da anni sono amici e sodali di Enrico Letta, consiglierei al Premier di presentarsi in Parlamento. “Onorevoli colleghi, non per questo avete votato la fiducia al Governo che ho l’onore di presiedere, non perché cedesse al Kazakistan una parte della nostra sovranità, o perché espellesse una donna e la sua bambina che avevano tutto il diritto di restare in Italia. Ma governare è difficile, quasi impossibile – lo ammetto – dopo venti anni di guerra civile simulata, di falso bipolarismo, costellato da leggi elettorali liberticide e compromessi con il razzismo, con il buon gusto, con la nostra stessa coscienza. Su consiglio di Napolitano, abbiamo tentato di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Io personalmente ho cercato di indicare una frontiera: le riforme costituzionali, con l’elezione diretta del Presidente e il doppio turno, il semestre italiano come occasione per chiedere all’Europa e alla Germania di non strozzarci come ha fatto con la Grecia. Ma il semestre è lontano, le riforme difficili. L’unica forza che ci tiene in piedi è ormai la mancanza di un’alternativa in questo Parlamento. Berlusconi – lo vedete – ci usa come un parafulmine per i suoi guai, Grillo per nascondere il vuoto sotto i suoi riccioli, il Pd per sfangare almeno il congresso. Ma io ho promesso: non resto al governo a tutti i costi. E perciò vi propongo di cambiare passo. A settembre, subito una legge elettorale che cancelli la “porcata” di Calderoli. Poi solo pochi provvedimenti, tutti per aiutare chi ha più bisogno: gli operai che perdono il lavoro, le partite Iva, gli imprenditori strozzati dai debiti che devono pagare e dai crediti che non possono esigere. Provvedimenti che voterete senza vincoli di maggioranza, perché non c’è maggioranza che tenga, davanti a questo disastro. Poi tutti al voto, dopo le elezioni tedesche e prima del semestre italiano di presidenza dell’Unione. Con una campagna elettorale in cui finalmente non discuteremo del giaguaro o di un generico “cambiamento”, ma dei problemi del Paese, la disoccupazione , l’evasione fiscale la difficoltà di governare”

Letta statista. Travaglio lo accuserebbe comunque di coprire di essere un servo di Berlusconi. La Santanchè lo taccerebbe di ipocrisia e ingratitudine. Ma Renzi gli direbbe: “OK, noi si fa i conti alle primarie”. E il Parlamento forse lo applaudirebbe, finalmente liberato dalla menzogna delle larghe intese. E gli Italiani intenderebbero che per una volta si parla di loro. Per una volta, non si nasconde la spazzatura sotto il tappeto.

da corradinmineo.it

17 luglio 2013

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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