Chi ha paura di Jorge Mario Bergoglio?

La visita del papa a Lampedusa obbliga a un bilancio sconsolato delle risposte che a quella tragedia ha fornito la società occidentale.

di Claudio Tanari, venerdì 12 luglio 2013 (da Cronache laiche) 

Nel film Aprile (1998) Nanni Moretti, a Brindisi per girare un documentario sullo sbarco dei boat people albanesi, aveva commentato l’assenza dei progressisti: «Il fatto che in questi giorni, qui in Puglia, non sia venuto nemmeno un dirigente della sinistra è un sintomo della loro assenza politica, ma soprattutto della loro assenza umana: a loro non gliene importa niente».

Queste parole e l’amarezza rassegnata e indignata insieme che ne traspariva vengono in mente irresistibili e ancora tristemente attuali in occasione della visita a Lampedusa di papa Francesco.

La corona di crisantemi bianchi e gialli deposta in mare in memoria dei migranti morti in quelle acque, le parole dure contro l’amnesia della solidarietà, l’incontro con i profughi presenti sull’isola. Demagogia ben calibrata, si dirà. Può essere.
Le reazioni moderatamente piccate della Destra (Cicchitto) e i deliri trinariciuti dei leghisti Salvini e Boso) tradiscono in realtà un certo imbarazzo. Come il silenzio della Sinistra.
La verità è che nessuno sente il bisogno di chiedere perdono per aver lasciato che le acque delle Pelagie diventassero una fossa comune e per aver risposto ai superstiti con una legge orrenda come la Bossi-Fini.

Li abbiamo speronati quei barconi, abbiamo fatto finta di non sentire le grida, abbiamo addirittura permesso ad un senatore della Repubblica (Roberto Calderoli, 4 agosto 2007) di auspicare «colpi di cannone a scopo preventivo» contro la disperazione di donne e bambini.
L’omelia di Bergoglio ce lo ha impietosamente ricordato, che si sia trattato di un uso sapiente dei media o no.

Solo un paio di anni fa un’altra visita importante, un altro discorso: il capo del governo aveva promesso l’operazione Lampedusa pulita, nel senso dello sgombero forzato dei naufraghi ammucchiati sulla collina della vergogna. Aveva anche promesso per l’isola «una situazione di colori che ricorderà Portofino». E un po’ di verde. E un porto turistico. Aveva anche comprato una villa con le palme.

Concludendo. E’ compito benemerito e indispensabile l’esercizio laico della critica, puntuale e appuntita. In certe occasioni andrebbe però deposto lo sguardo accigliato da Società degli Apoti, coloro che non la bevono, il riflesso condizionato che impedisce di comprendere gesti simbolici, certo, ma che testimoniano slittamenti di sensibilità, contraddizioni da cogliere.
Domenica 7 luglio Lampedusa si è lasciata (per un attimo?) alle spalle motovedette armate e passerelle dei magliari. E ha parlato un linguaggio diverso.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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