Larghe complicità

libertagiustiziada libertaegiustizia.it, 8 luglio 2013 – Il prezzo che la democrazia italiana sta pagando al governo delle larghe intese diventa ogni giorno più pesante.

E’ impossibile ormai tacere e guardare oltre, nel nome di un superiore interesse nazionale.
Oltre c’è solo il sonno della ragione.
Ecco alcuni dei silenzi del maggior partito di questo governo, o di parti consistenti di esso, su situazioni inaccettabili imposte dal Pdl: tre punti che possono anche essere uno soltanto e comunque tutti ugualmente importanti.
Presidenza di Camera e Senato: sono vergognosi gli attacchi a Laura Boldrini e a Piero Grasso. Senza precedenti nella storia delle istituzioni, e senza precedenti sarebbe prestarsi alla elezione della Santanché: chi guida e teorizza la rivolta contro la magistratura sia tenuta alla larga dalla vicepresidenza di un ramo del Parlamento. Finora la maggioranza dei democratici di sinistra si è opposta. Non si cerchino ora astuzie nei regolamenti che servano a cambiare posizione.
Assalto alla Costituzione attraverso l’assalto all’articolo 138: un grande, inaccettabile imbroglio,  che da solo dovrebbe convincere che non si può smantellare la Costituzione ricorrendo alle furbizie degli apprendisti stregoni.
Legge elettorale: la volontà di non toccare il Porcellum è camuffata dietro a inesistenti esigenze di raccordo con le riforme della Costituzione. Si sa che la classe politica delle larghe intese non ha nessuna intenzione di rinunciare a una legge che consente di tramandare e rafforzare il potere di far eleggere in Parlamento i fedeli e di tenere lontani i “dissidenti”.
Il silenzio imbarazzato su questioni di fondo come queste equivale arrendersi alle pretese del Pdl. Equivale a subire ricatti senza nemmeno protestare. Perché?
La necessità di chiarezza su questi punti è assoluta. Tacendo si diventa complici.
E se il governo delle larghe intese fosse il governo delle larghe complicità, su di esse basato e per esse destinato a durare, non porterebbe beneficio alcuno all’interesse del paese e della democrazia, né oggi né domani.
Prima se ne va, meglio è…

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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