Ingresso negato a giornalisti e ong nei Cie d’Europa

CIE migrantiLa denuncia della campagna Open access now: le violazioni dei diritti nei Centri di detenzione per i migranti sono tenute lontane dalla società civile. Solo ai parlamentari, ma non sempre, è consentito entrare. Il bilancio delle visite effettuate nel 2013

Roma, 9 luglio 2013 – Le violazioni dei diritti nei Centri di detenzione per migranti restano nella maggior parte dei casi nascoste: si fa di tutto affinché questi luoghi e le persone che vi sono rinchiuse siano tenuti lontani dalla società civile e dai media. Lo denuncia la campagna Open access now lanciata nel 2011 da Migreurop e Alternative europee che, con il sostegno di alcuni parlamentari ha lanciato il 24 aprile scorso una nuova serie di visite. Nella maggior parte dei casi, le autorità nazionali rifiutano l’accesso ai giornalisti e impongono regole estremamente restrittive all’accesso delle ong. Talvolta anche le visite dei parlamentari sono sottoposte a limitazioni. La campagna realizzata quest’anno non fa eccezione. Il bilancio è tutt’altro che soddisfacente: dinieghi d’accesso pretestuosi e assenza di risposte da parte delle amministrazioni sono il segno distintivo di una volontà degli Stati di lasciare la detenzione dei migranti al di fuori delle preoccupazioni dei cittadini.

Francia. Il 13 maggio, Hélène Flautre (Mep – Verdi, Francia) ha realizzato sola una visita del centro di detenzione di Mesnil-Amelot. I due giornalisti che l’accompagnavano non sono stati autorizzati ad entrare. A Mesnil, l’incomprensione da parte dei detenuti rispetto alla loro detenzione e la deteriorazione dei locali, nonostante siano molto recenti, sono particolarmente preoccupanti. Ancor più preoccupanti, le espulsioni di stranieri malati e le difficoltà incontrate dai detenuti per contestare le decisioni di privazione della libertà. Analogamente, il 28 giugno scorso, l’accesso dei giornalisti al centro di Marsiglia è stato rifiutato, con decisione del ministero dell’Interno. Marie-Christine Vergiat (Mep – Gue/Ngl, Francia) e Isabelle Pasquet (senatrice Crc, Bouches du Rhône) sono, quindi, entrate sole in questo centro, dove si sono verificati diversi incidenti, quali un incendio a marzo del 2011 e il ricovero di una migrante in condizioni critiche a luglio del 2012. In questo centro i detenuti non hanno libero accesso ai rubinetti d’acqua e le misure di isolamento sono correntemente utilizzate, senza previo parere medico e anche nei confronti di casi psichiatrici. Tuttavia, in merito all’accesso dei giornalisti, il ministero dell’Interno si era detto pronto, il 4 giugno scorso, ad aprire i centri alla stampa. Le modalità concrete di questo accesso non sono ancora note, ma non possiamo che rimpiangere il fatto che i rifiuti opposti ai giornalisti nel corso delle ultime settimane non rispecchino questa volontà annunciata. Il 16 luglio prossimo, Sylvie Guillaume (Mep – Sd, Francia) si recherà al centro di detenzione di Lione. Anche lei cercherà di essere accompagnata da giornalisti.

Spagna. Il 10 maggio scorso, organizzazioni e giornalisti non hanno potuto accedere al Centro di internamento per stranieri” (Cie) di Aluche (Madrid). L’accesso è stato accordato soltanto ai rappresentanti politici, Raül Romeva i Rueda (Mep – Verdi, Spagna), Ska Keller (Mep – Verdi, Germania), Ulrike Lunacek (Mep – Verdi, Austria) e Mauricio Valiente (parlamentare autonomo, Madrid, Iu). Un solo rappresentante della società civile è stato autorizzato ad entrare, ma ha rifiutato per denunciare le condizioni di accesso e sostenere gli altri membri della società civile ed i numerosi giornalisti rimasti alla porta. Al Cie di Barcellona (visita del 28 giugno), diversi deputati sono potuti entrare, Carmen Romero Lopez (Mep – Gue, Spagna), Dolos Camats i Luis (parlamentare autonoma, Icv-Euia), Gemma Calvet Barot (parlamentare autonoma, Erc), David Fernandez i Ramos (parlamentare autonomo, Cup). Ai media è stato nuovamente rifiutato l’accesso. Questi centri sono stati oggetto di diverse denunce a seguito di abusi contro i detenuti. L’opacità persiste, nonostante il 27 giugno il “giudice di sorveglianza” del Cie di Barcellona abbia consacrato il diritto delle Ong e degli avvocati ad entrare liberamente nei luoghi di detenzione.

Italia. Per rifiutare l’accesso delle Ong a cinque aeroporti, il ministero dell’Interno ha dichiarato che gli stranieri in attesa di respingimento sono ‘ospitati’ nei locali della polizia di frontiera per il tempo necessario all’attuazione del provvedimento. Non si tratterebbe, quindi, di luoghi di detenzione e le regole riguardanti l’accesso delle associazioni non si applicherebbero. E’, tuttavia, evidente che i migranti sono privati della libertà e che questi luoghi ne hanno la funzione. Alla fine, tre aeroporti saranno visitati, a Roma, Palermo e Bari, ma soltanto da parlamentari, visto che la risposta delle autorità lascia ben poche speranze alla società civile. Il monitoraggio dei “centri di identificazione ed espulsione” (Cie) nell’ambito della campagna nazionale “LasciateCIEntrare” prosegue con la partecipazione di avvocati, giornalisti, rappresentanti della società civile e, da qualche tempo, consiglieri regionali e comunali. Una visita del Presidente della Commissione speciale per i diritti umani del Senato al Cie di Ponte Galeria (Roma), il più importante in Italia per capacità (360 posti), è prevista nei prossimi giorni. La campagna è attiva anche nel denunciare la riapertura dei Cie di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) e Palazzo San Gervasio (Potenza), chiusi nel 2011.

Belgio. Marie-Christine Vergiat aveva chiesto di visitare il “centro chiuso” di Bruges accompagnata da una giornalista della Rtbf (radio-televisione belga francofona). L’Ufficio stranieri (“Office des Etrangers”) le ha rifiutato l’autorizzazione ad essere accompagnata da un giornalista. Ha, quindi, effettuato sola una visita in questo centro in cui l’atmosfera e il regime sono particolarmente carcerali. I migranti non godono di alcuna intimità, devono restare negli spazi comuni durante le ore diurne e dormono in venti in piccole camerate. Le famiglie sono separate. Al di là delle condizioni di accesso, dopo le visite effettuate nel 2009, 2011e 2012, non possiamo che constare che la situazione nei centri per stranieri è immutata: condizioni di detenzione di tipo carcerale e violazioni dei diritti fondamentali (accesso alle cure mediche, alla domanda d’asilo, assistenza giuridica, controllo della privazione della libertà da parte di un giudice).

Libano. Migreurop ha fatto richiesta per accedere a due prigioni (Roumieh et Zahlé) e un commissariato  (Adlieh) dove numerosi migranti sono detenuti. Si attendono attualmente le risposte delle autorità competenti. Poter accedere in questi luoghi è particolarmente importante. In effetti, secondo le statistiche del Ministero della giustizia, nel 2012, 10 per cento delle persone detenute nelle prigioni libanesi lo erano per motivi legati all’entrata e al soggiorno irregolari. Della prigione di Roumieh si è parlato nel 2011 in occasione di violente rivolte al suo interno. Le condizioni di detenzione sono difficili anche a causa del sovraffollamento (circa 2400 detenuti per una capacità ufficiale di 1300 posti). A Zahlé si tratterebbe di visitare una prigione per donne per studiare le condizioni e problematiche specifiche delle donne migranti in prigione. Infine, centinaia di migranti detti “illegali” sono detenuti in un commissariato nel centro di Beyrouth, utilizzato in violazione della legge come un luogo di detenzione di lunga durata. 500-600 persone vi sono ammassate – durante l’espletamento delle procedure di rimpatrio – per settimane, se non mesi in celle situate sotto un ponte, senza luce del giorno e accesso a spazi esterni. L’accesso degli avvocati, della società civile e dei giornalisti è estremamente restrittivo.
Ulteriori visite sono previste per luglio e settembre in questi paesi, ma anche in Germania, a Cipro e in Bulgaria.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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