Il caso RCS e il pluralismo dell’informazione all’italiana

di Nicola D’Angelo, 7 luglio 2013*

rcs elkann della valleÈ quasi scontato pensare che in Italia le regole siano un optional. Tuttavia, desta meraviglia vedere l’assenza di una qualunque iniziativa di alcuni cosiddetti “organi preposti” in merito al caso RCS.  Come é noto negli ultimi giorni c’è stato l’aumento di capitale della società proprietaria del Corriere della Sera, cioè del principale giornale italiano. In questo contesto Fiat e Diego Della Valle si stanno scontrando per il controllo del giornale di via Solferino. Il gruppo presieduto da John Elkann ha comunicato di aver già rilevato diritti per salire dal 10% al 20% nel capitale RCS post aumento. Allo stato è dunque diventato il primo azionista, seguito da Mediobanca con il 15,14%. L’imprenditore della Tod’s, che ha sottoscritto la quota di competenza e risulta socio con l’8,81%, ha annunciato invece la disponibilità a rilevare tutto l’inoptato (cioè la parte dell’aumento di capitale non ancora sottoscritta pari all’11,2 per cento). Se ciò si verificasse e Della Valle riuscisse ad aumentare la propria partecipazione acquisendo l’11,2%,  RCS avrebbe due grandi azionisti con quote più o meno paritetiche: la Fiat partecipante al patto di sindacato, cioè all’accordo di blocco e consultazione siglato tra 13 dei maggiori azionisti di RCS (es. Mediobanca, Intesa, Generali), l’altro, lo stesso Della Valle, fuori dal patto. Questo lo scenario di sfida e di potere intorno al Corriere, condito da polemiche e telefonate al Colle. Ma l’oggetto del contendere non è un prodotto di mercato qualunque. Ed ecco il punto. L’editoria, o meglio la proprietà dei giornali, è regolata dalla legge che, come per la televisione, fissa norme finalizzate a garantire il pluralismo ed evitare pericolose forme di concentrazione. La legge in questione è la n. 416 del 1981, successivamente modificata ed integrata (soprattutto dalla legge n. 67 del 1987). Essa contiene precisi limiti contro la concentrazione della proprietà dei giornali e norme sulla trasparenza dei trasferimenti e sull’intestazione delle quote delle società di settore. Per quanto riguarda il pericolo di concentrazioni editoriali, la legge dispone che gli atti di cessione, di affitto o di affidamento in gestione delle testate, nonché i trasferimenti tra vivi delle quote di proprietà delle imprese editrici di giornali quotidiani, sono nulli se, in conseguenza di tali atti, l’avente causa venga ad assumere una ”posizione dominante” nel mercato editoriale. L’articolo 3 della legge n. 67/1987 configura, in particolare, come “posizione dominante” nel mercato editoriale quella posizione conseguita per effetto di atti di cessione o di contratti di affitto o di affidamento in gestione di testate o di trasferimenti tra vivi di azioni, partecipazioni o quote di società editrici da parte di un soggetto dalla quale derivi l’edizione di testate quotidiane o il controllo di società editrici di testate quotidiane oltre il limite del 20 per cento della tiratura complessiva dei quotidiani in Italia. Dunque, il punto di domanda é: se Fiat, che già detiene la proprietà della Stampa, dovesse acquisire il controllo del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport (anch’essa di RCS), potrebbe farlo superando il limite del 20 per cento di tiratura complessiva previsto dalla legge? La risposta dovrebbe essere scontata. Tra l’altro, lo stesso patto di sindacato che ha retto le sorti del Corriere rischia di cambiare la natura che gli è stata riconosciuta in passato di accordo di voto piuttosto che di patto di controllo della società. Chi dovrebbe vigilare sulla materia? L’Agcom, il Governo ed altre Istituzioni. Per quanto riguarda la borsa sembra, ma il condizionale é d’obbligo, che Consob si sia mossa chiedendo un chiarimento sulla quota di aumento di capitale già sottoscritta. In particolare, la richiesta riguarderebbe l’ipotesi che altri rilevanti azionisti possano aver acquistato quote di RCS. Una considerazione finale. In Italia, salvo rare eccezioni, si dimostra, al di là di numeri e quote, che:

1. il sistema dell’informazione è terra riservata ai soliti gruppi economici e di potere;
2. le istituzioni dello Stato, a vari livelli, spesso sono di aiuto e non di contrasto;
3.  credere in una informazione in cui principi dell’art. 21 della Costituzione abbiano un pratico significato è una pia illusione.
* da Il Fatto Quotidiano, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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