L’Enciclica di Francesco e quella di Enrico

Papa Francesco Enrico lettadi Piero Schiavazzi , L’Huffington Post, 4 luglio 2013 – E’ un’assoluta novità, per la seconda Repubblica, che un premier formuli una sua “dottrina” del rapporto tra fede e politica, presentandolo come un pilastro della costituzione materiale, e di conseguenza un fattore importante del processo di riforma istituzionale, anche in tempo di secolarizzazione. Ma il titolo del libro in cui Enrico Letta nel 2009 ha esposto la summa del suo pensiero e delineato l’architettura del suo progetto, “Costruire una cattedrale”, richiama più il linguaggio di un’enciclica che di un manuale politico.

Invece si trattava, con quattro anni di anticipo sull’arrivo a Palazzo Chigi, di un programma di governo, sotteso però da uno spirito religioso e da una dichiarata, inusuale sollecitudine per le sorti della nuova evangelizzazione. E’ pertanto singolare che la visita del presidente del consiglio in Vaticano e il confronto vis à vis con Francesco siano avvenuti alla vigilia della pubblicazione di un’enciclica vera come la Lumen Fidei.

La “luce della fede”, secondo il magistero della Chiesa, deve illuminare infatti ogni ambito della presenza dei cristiani nel mondo, a cominciare da quello nevralgico dell’impegno in politica: una dimensione che il premier, nel suo volume, confessava di vivere con un pronunciato disagio personale e con un preoccupato presagio istituzionale, in una lettura distante per non dire divaricata rispetto a quella delle gerarchie ecclesiastiche.

“Vivo con sofferenza questa fase delle relazioni tra la Chiesa e la politica in Italia”, scriveva. “Temo che il rischio sia di ritrovarci, nel giro di pochi anni, come in Spagna. C’è lì una sorta di bipolarismo religioso dove una delle due parti politiche incorpora di fatto la Chiesa e l’altra tutti quelli che vi si oppongono. Uno scenario del genere sarebbe un incubo per l’Italia”. L’incubo iberico non ha turbato soltanto le notti di Enrico Letta, ma anche del cardinale Camillo Ruini. Da sempre e da posizioni antitetiche.

“Ruini ha la sindrome della Spagna”, sentenziò deluso Mario Segni, scendendo nel 1993 le scale del Laterano. Il Presidente della Cei gli aveva appena manifestato il suo disappunto per il maggioritario, uscito vincitore dalle urne del referendum e destinato a inghiottire ciò che restava della Democrazia Cristiana.

Dal “Patto Segni” alla “Scelta Civica” di Monti, passando da un Mario all’altro attraverso un ventennio di storia, l’ostinazione di resuscitare il centro ha costituito da allora il miracolo mancato dei vescovi italiani, all’esterno, e il loro collante politico all’interno.
La sindrome centrista ha tenuto a lungo insieme i vertici della Segreteria di Stato e della Cei, e da ultimo le due anime dell’episcopato, ispirate dai cardinali Ruini e Bertone, divise in molte cose, ma coese nella nostalgia dell’unità politica.

Questa pregiudiziale, alla stregua di un freno interiore o di un nuovo “non expedit”, ha infiacchito la fisiologica ripartizione dei cattolici in destra e sinistra e la possibilità, per loro, di orientare l’evoluzione ideologica dei rispettivi schieramenti.
Nel frattempo, anziché ricomporre il centro, ha favorito una intesa preferenziale con la parte che appariva più affidabile sui temi eticamente sensibili, materializzando agli occhi di Letta il presagio di una deriva conservatrice.

“Questa deriva”, insiste nel libro, “in Spagna è un danno per la Chiesa, schiacciata dalla politica, fortemente condizionata da valori identitari e integralisti e così privata di una capacità di dialogo e di evangelizzazione a trecentosessanta gradi sulla società. E’ un danno per la politica, spogliata di quei valori di mediazione culturale propri della migliore tradizione cristiana… Siamo tutti, laici e cattolici, chiamati a esorcizzare un finale del genere”.
Il premier coltiva il sogno del bipolarismo politico, ma paventa l’incubo di quello religioso. In tale contesto appare come l’erede di un cattolicesimo riformista e mediatore a sinistra che, dopo avere fallito la scalata del Quirinale, ha ripiegato con successo su Palazzo Chigi.

Il governo guidato da due quarantenni ex democristiani, Enrico Letta e Angelino Alfano, progressista l’uno e moderato l’altro, potrebbe avviare a ravvedimento l’infatuazione centrista dell’episcopato, scorrendo il diario sentimentale di una serie di delusioni d’amore, dal prologo del Patto Segni all’epilogo di Scelta Civica.
Trentacinque anni dopo, in un paesaggio radicalmente mutato, la politica italiana percorre la strada morotea verso una democrazia definitivamente compiuta, anche sotto il profilo religioso, passando attraverso il battesimo di un governo unitario di coalizione e di reciproca legittimazione dei credenti che ne fanno parte, avviando una “riforma liturgica” dei rapporti tra Chiesa e partiti.
“Da noi, comunque la si pensi, per un secolo il rapporto tra fede e politica è stato fertile, fonte di fermento e creatività”, osserva Enrico Letta. “Solo l’Italia ha vissuto questa esperienza: un dibattito pubblico sempre fecondo che è riconducibile, certo, anche alla presenza del Vaticano sul nostro territorio, ma che è frutto soprattutto di pensieri lungimiranti”.

Sull’altra sponda del Tevere, il ministero della lungimiranza e del discernimento è oggi affidato a Papa Francesco, con la sua rinnovata attenzione ai temi sociali e la conferma della preoccupazione per quelli etici, di cui Bergoglio è assertore al pari di Ratzinger, senza lasciarsi però tentare dai proclami bellicosi di luogotenenti guerrafondai.
Il presidente del consiglio, dal canto suo, ammette di muoversi su un terreno sconosciuto: “Dalle risposte per la più violenta crisi economica e finanziaria del tempo recente ai temi più sensibili della bioetica non ci sono soluzioni già confezionate”.
Sia il Pontefice che il premier hanno iniziato la loro avventura muovendosi in modo “irrituale” su veicoli spaziosi: il primo uscendo dal conclave sul pulmino dei cardinali, l’altro recandosi al Quirinale in monovolume.

I prossimi mesi, forse già le prossime settimane, ci diranno se il governo allargato saprà prendere a bordo il laboratorio Italia e con esso quei “pensieri lungimiranti” che possono estenderne, virtuosamente, il raggio chilometrico e la vocazione strategica, ben al di là del piccolo cabotaggio che gli viene contestato e a cui sembra destinato.
Per tali ragioni, delle due verifiche di governo in programma oggi per Enrico Letta, quella in Vaticano è apparsa subito di maggiore e centrale importanza, sul piano dinamico, rispetto a quella stantia e di maggioranza promossa dai centristi.
E comunque tra le due la meno “rituale”, a confronto con le liturgie del passato, nonostante la collocazione sulla sponda curiale del Tevere.
Sotto la guida di Bergoglio la Chiesa è entrata in una fase imprevista e imprevedibile di movimento, dove tutto diventa irrituale, nel governo come pure nei rapporti di governo. Toccherà alla politica, e ai partiti, saperne cogliere l’opportunità epocale per avviare anch’essi la loro riforma liturgica.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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