Le Lampeduse del mondo non interessano

di Daniela De Robert, 4 luglio 2013*

lampedusa_sbarchiPer qualche ora Lampedusa tornerà sotto i riflettori dei media italiani. Succederà l’8 luglio quando papa Bergoglio andrà sull’ isola siciliana che accoglie gli ”uomini tonno”, quelli che sopravvivono a viaggi della speranza a bordo di barche rotte e troppo cariche, che si aggrappano esausti alle reti per l’allevamento dei tonni, sperando che qualcuno che li vede si fermi a salvarli. I media torneranno con i loro inviati a cercare storie di uomini e donne in fuga dalla fame, dalla violenza, dalla povertà e dalle guerre. Infileranno le telecamere tra le sbarre dei CIE, le non-prigioni per persone private della libertà senza aver commesso reati. Intervisteranno gli abitanti dell’isola che convivono con questa umanità sofferente. Filmeranno il cimitero senza nome dei tanti che sono morti prima di vedere la terra promessa. Mostreranno la discarica dei relitti delle barche, testimoni muti della paura e dei sogni. Per un giorno forse Lampedusa non sarà il simbolo dell’allarme-sbarchi, ormai divenuta una parola unica, perché se ci si basa sui media, gli sbarchi sono intrinsecamente legati a un allarme sociale. Papa Bergoglio ne ha colto un altro aspetto. Ha ascoltato il grido che veniva da questo lembo di terra d’Europa situato più a Sud di Tunisi e Algeri. Ha letto il dolore e la speranza divenuti tutt’uno. Ha visto negli uomini e nelle donne sbarcati per ultimi il volto dei tanti migranti e disperati di tutto il mondo. E ha scelto di andare lì a Lampedusa, simbolo delle Lampeduse sparse ovunque: sulle coste italiane e nei campi di pomodoro; nelle fabbriche che chiudono; tra i minatori che si sono barricati sotto terra per avere voce; nell’Europa della crisi economica, tra i rom che nessuno vuole; nell’America ricca del Nord e nei Paesi “al confine del mondo” dell’altra America; nell’Africa ricca di materie prime ma anche di guerre, violenze e sfruttamento; nella Cina, in cima alle classifiche dei paesi boia per numero di esecuzioni capitali; nel Pakistan tra le minoranze perseguitate; tra le donne vittime degli stupri di massa del Congo; nell’Afghanistan da cui scappano a piedi, via terra e via mare migliaia di bambini per sfuggire a un destino violento;  nei campi profughi dove vivono milioni di persone e di famiglie; nelle aree devastate dalla carestia;  tra le donne di Srebrenica che ancora cercano i corpi dei loro cari.I media si accalcheranno per raccontare del papa venuto da lontano che visita gli uomini e le donne venute anche loro da lontano ma con un destino diverso. Gli ”uomini tonno” torneranno a essere persone con dignità e diritti e non solo dei ladri di lavoro. Lampedusa sarà un’isola e i suoi abitanti delle persone che non hanno chiuso e non vogliono chiudere gli occhi davanti alla sofferenza che preme ai confini. Poi i riflettori si spegneranno e di Lampedusa si parlerà ai prossimi sbarchi o alla prossima rivolta dei prigionieri senza reato.Secondo una ricerca dell’Osservatorio di Pavia commissionata da Medici Senza Frontiere sui Tg delle reti Rai e Mediaset, solo il 4% delle notizie di prima serata è dedicato alle crisi umanitarie. Le Lampeduse del mondo non interessano. O per lo meno così pensano i direttori che eliminano dall’agenda delle notizie gran parte del pianeta, oscurandolo fino a cancellarlo. La sfida di papa Francesco allora è una sfida anche ai media, perché tornino a fare il loro lavoro, senza cercare scorciatoie per fare ascolto, rifugiandosi nell’alleggerimento o nelle tre s di sesso soldi e sangue, mai andati fuori moda. Perché sappiano vedere, ascoltare e raccontare le tante Lampeduse del mondo, senza pietismo, ricerca di sensazionalismo e pregiudizi. Ma soprattutto, senza chiudere gli occhi e le orecchie.
*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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