F35: ora una rete civica

“Il Parlamento non può avere diritto di veto sulle scelte relative all’ammodernamento delle forze armate, che spettano invece all’esecutivo”. Questa la decisione, al termine della riunione, del Consiglio Supremo di Difesa, tenutasi oggi al Quirinale e presieduta dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

La decisione riguarda specificatamente l’acquisto degli aerei cacciaborbandieri F35 su cui Libertà e Giustizia Senigallia si è già pronunciata e un passaggio parlamentare altrettanto preciso: le mozioni parlamentari riguardanti la bocciatura del programma F35 con le sue onerose spese e la scaturita decisione che ha impegnato il governo a non procedere a “nuove acquisizioni” nell’ambito del programma di acquisto dei caccia americani F35 senza che il Parlamento si sia espresso dopo un’indagine conoscitiva di sei mesi, rinviando così la decisone sul tema.

Alla riunione del Consiglio Supremo di Difesa hanno partecipato, tra gli altri, il premier Enrico Letta, il ministro degli Esteri Emma Bonino, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, il ministro dell’Economia e delle Finanze Fabrizio Saccomanni, il ministro della Difesa Mario Mauro, il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, il capo di stato maggiore della Difesa ammiraglio Luigi Binelli Mantelli.

Tutti uniti nel richiamare che queste decisioni rientrano nelle “responsabilità costituzionali dell’esecutivo”. Libertà e Giustizia da sempre difende la Costituzione e le Istituzioni, ma registriamo con rammarico che le “responsabilità costituzionali” vengono spesso dimenticate.

Come le responsabilità richiamate dall’art. 11 che ripudia la “guerra come strumento di offesa… e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (quindi perché comprare degli strumenti di offesa?). E quelle dell’art. 138 che norma le procedure di revisione della Costituzione e le leggi Costituzionali, e che dovrebbe evitare metodi opachi e silenziosi di riforma costituzionale come quella in atto nella super-commissione tecnica di “saggi” nominati, senza che l’opinione pubblica venga in alcun modo informata delle sue discussioni.

Per Libertà e Giustizia Senigallia il caso F35 finisce qui? Certo che no. Sarà oggetto di un movimento di reti civiche per impedire in ogni modo una scelta ingiusta socialmente, perché quelle risorse si possono spendere per il welfare, e non rispettosa dei processi democratici sanciti dalla Costituzione.

Anche LeG Senigallia come gli altri circoli avvierà, vista l’impellente necessità, “scuole di Costituzione” sul territorio e si pone infine un interrogativo:
Questa decisione sugli F35 del Consiglio Supremo di Difesa presieduto dal Quirinale ci dice di più sulla “natura” del processo tecnico silenzioso per realizzare il presidenzialismo in atto che vuole seppellire le virtuosità della Repubblica parlamentare invece di ammodernarla?

Coordinatore LeG Senigallia

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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