Giancarla Codrignani: Quando un papa è nuovo

di Giancarla Codrignani, 1 luglio 2013* – Nessuno si aspettava che, «dalla fine del mondo», uno, per giunta gesuita, si sarebbe chiamato Francesco. I più cinici pensavano che il coup de théâtre si sarebbe limitato al nome (di fatto suggerito dal card. Hummes), ma a Bergoglio non bastava: fin da principio si dichiara vescovo di Roma, ignora il CodrignanileadVaticano, abita all’hotel Santa Marta (quello dei cinque piani contestati da Italia nostra). La prima dichiarazione “ex fenestra” sconcerta il mondo: «Buona sera».

Niente più logos, niente apparati: travolgente successo popolare, atei compresi e sintonia totale con il bisogno di fiducia di un’umanità in crisi. Lo spirito soffia con il tempo che trova e addirittura “twitta”. I media banalizzano: «Giovani, non abbiate paura di sognare», «Un cristiano se non è rivoluzionario non è cristiano» e perfino «Essere pastori, non pettinatori di pecore», sicuramente copiato da Bersani.

Registrata la popolarità, di fatto nessuno conosce ancora il carattere autentico del nuovo pontificato: il banco di prova è, infatti, il “fare”. La Curia – sarà che vivono da separati in casa – sembra ammutolita, ma certo è sulla difensiva: chi mai avrà fatto uscire la notizia della “lobby gay” in Vaticano? O delle scandalose calunnie di pedofilia? Papa Bergoglio si tiene le mani libere, ma prepara la difensiva nominando organismi pluralisti di controllo. La più volte affermata collegialità arriverà dopo aver esaurito l’avvio tattico di una vera strategia. In ottobre si espliciteranno nomine a cui non arriverà per improvvisazione: la squadra fornirà la base di consolidamento al progetto “in pectore”. La Commissione d’inchiesta sullo Ior, appena istituita e con un documento scritto a mano, dimostra che il papa si assume interamente la responsabilità strategica non solo di una risposta dignitosa alle pressioni europee, ma della trasparenza nella necessaria – e necessariamente corretta – finanza vaticana.

Francesco non voleva fare il papa («Dio non benedice chi lo vuole fare»), ma “è” il papa e ne assumerà le funzioni, privilegiando, come dice sempre, la pastoralità e, finalmente, la mondialità delle rappresentanze non più solo romane. Dovrà anche intervenire nelle responsabilità del magistero, speriamo condiviso e senza rigidità, come fa sperare l’ancora mancata menzione delle questioni “non negoziabili”. Anche se aborto, eutanasia, matrimoni gay, giudizi sulla scienza, ma anche relazioni diplomatiche dello Stato Città del Vaticano o nuovi passi sull’unità dei cristiani sono temi ineludibili. 

Ovvio anche l’indirizzo nella problematica religiosa: i conservatori hanno già contestato l’espressione «Gesù ha redento anche gli atei» e, anche se qualcuno in Vaticano ha precisato che «Gesù è morto per tutti, ma per entrare in Paradiso ci vuole la fede», bisognerà pur chiarire che Benedetto XVI (pro multis) aveva sostenuto l’esatto contrario. Bergoglio ha detto che «i sacramenti sono gesti del Signore, non prestazioni o territori di conquista di preti e vescovi»: significa che finalmente usciremo da Trento? Sostenere che «non c’è peccato che Dio non perdoni» significa che non esiste l’inferno? Finora non una parola sulla sessualità, sulla differenza di genere e sulla famiglia, nonostante l’imperversare dei femminicidi: restiamo nella tradizione, nonostante il malumore delle suore desiderose di non essere giudicate solo madri o “zitelle”? Non dimentichiamo i 200 anni di ritardi denunciati da Carlo Maria Martini…

Bisognerà dunque che Francesco espliciti la sua visione di Chiesa, in una fase decisiva per la continuità del cristianesimo. Il futuro infatti può essere percepito come baratro oppure come orizzonte. Ma un papa ottimista avrà bisogno di aiuto e non gli verrà certo dal mondo dei clericalizzati. Se ne sarà capace, toccherà al “popolo di Dio” aiutarlo a reggere la sfida. Non sia timido, si sbrighi a tendergli la mano.

* Saggista, già parlamentare della Sinistra indipendente, da ADISTA , il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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