Scarano: quel sottobosco curiale che Francesco vuole potare

Scarano mons Nunziodi Piero Schiavazzi, L’Huffington post, 28 giugno 2013 – Vatileaks è stato il campo di battaglia di una guerra che dura almeno da cinque anni: alla fine è scoppiata una mina soltanto, sotto i piedi di un maggiordomo rappresentato all’opinione pubblica come l’unico colpevole. Una sorta di Silas, il monaco del Codice da Vinci posseduto da un sacro furore di purificazione. Non innocente ma per fortuna innocuo e chiaramente mite, paragonato al personaggio di Dan Brown.

Era illusorio credere che prima o poi non esplodessero, in successione, i tanti e troppi ordigni rimasti sul terreno, incidentalmente o per deliberato innesco.

La dinamica che ha condotto all’arresto di monsignor Nunzio Scarano si sviluppa emblematicamente in una cornice di casualità: un furto all’apparenza occasionale nell’abitazione di Salerno del sacerdote e la scoperta di beni sospetti, opere d’arte in particolare, con le indagini conseguenti e il repentino allontanamento, “già da un mese”, come ha precisato Padre Lombardi, dall’ufficio occupato all’APSA.

L’acronimo è il più pesante in Vaticano dopo quello dello IOR e sta per Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. Fisiologicamente complementare all’Istituto per le Opere di Religione, costituisce l’altro “ente di gestione” del tesoro ecclesiastico.

Con il beneficio approssimato della semplificazione divulgativa, diremo che il primo è preposto ai valori mobiliari, azioni e depositi, e il secondo a quelli immobiliari, case e terreni: un impero.

Al di là delle responsabilità individuali, la vicenda estende dunque l’attenzione a un ulteriore dicastero economico, non meno strategico, quanto a volume di interessi, e altrettanto tattico, per capacità di manovra.

In esso Scarano ricopriva funzioni di contabilità analitica, nevralgiche ma non di vertice. Forse il problema tuttavia risiede proprio in questo.
Il monsignore appare infatti rappresentativo di un sottobosco diffuso nella Chiesa: un’erba alta di quadri intermedi e cresciuti oltremodo, al di là della siepe e dei compiti istituzionali, senza venire opportunamente potati. Si tratta di figure che sfuggono ai riflettori dei media e ai grafici delle nomenclature, sottraendosi alle prime file degli eventi ufficiali e approfittando del ruolo per allargarsi all’ambito di attività secondarie, nonché autonome, al di fuori dell’ufficio e all’insaputa dei superiori, che spesso in buona fede non sanno, o sanno parzialmente. O a volte preferiscono non sapere.

La disinvoltura dei comportamenti alimenta leggende e cinge i personaggi dell’alone degli “intoccabili”, vero o millantato, per i presunti servizi resi alle cordate di appartenenza, in cui risultano saldamente radicati, e per i tesori, non solo materiali, ma di preziose informazioni che custodirebbero.

A ciò si aggiunge, da ultimo, il vezzo di un linguaggio mondano e volgare, stridente anche se ormai non più inusuale in un ecclesiastico.

Quest’erba alta, vistosa e tenace, rende intricato, oltre che minato, il ginepraio curiale. Per questo l’alleanza a conduzione americana che ha vinto il conclave, a cominciare dal comandante in capo, mantiene le distanze di sicurezza, restando acquartierata nell’accampamento di Santa Marta, come una forza d’occupazione dopo la conquista di una cittadella ostile. Bergoglio dà l’impressione di non fidarsi, se non di pochissimi, scelti tra le conoscenze personali di antica data.

Le mine nel frattempo esplodono e le spine pungono, ma con l’estate sembra giunto il tempo della bonifica. Che comunque non sarà facile.
Mentre i giornalisti si assiepano in Sala Stampa intorno alle dichiarazioni di “tempestività” del portavoce vaticano, dall’alto della cupola i turisti osservano curiosi, sul Vaticano, l’intenso lavoro attorno alle siepi, nelle potature della vigilia, per la solennità dei Santi Pietro e Paolo.

Una potatura che quest’anno proseguirà senza soste vacanziere e che il Papa seguirà di persona, imponendo un taglio “estivo”, di sobrietà, per quanti lavorano in curia e ponendo termine alle fioriture improvvide, sebbene rigogliose.

Quando una pianta mostra, e sovente ostenta, ramificazioni improprie e improbabili per il recinto che la ospita, non si può volgere lo sguardo altrove, ma occorre aumentare la vigilanza. E ai giardinieri è d’obbligo estirparla, specie se prospera nel settore ad essi affidato, prima che il danno estetico, per “radice” etimologica, si converta in etico. Come purtroppo è accaduto ancora una volta.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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