Sentenza Ruby, Stato di diritto o del dritto?

di Giuseppe Giulietti, 26 giugno 2013

berlusconi_ruby_berlusconi_ruby_2_1“Berlusconi si batte nelle urne, non in tribunale…”
“Sarebbe gravissimo far cadere il governo per i guai giudiziari del cavaliere..”
“Non ci faremo condizionare dai giudici..”Queste alcune delle espressioni più gettonate utilizzate da alcuni dirigenti del Pd dopo una condanna che, in qualsiasi altro paese avrebbe comportato o le immediate dimissioni del condannato o la richiesta di dimissioni. Sarà appena il caso di ricordare che la signora Veronica Lario, nella sua famosa lettera a Repubblica, aveva scritto cose ancora più inquietanti di quelle poi emerse nelle aule dei tribunali.
Davvero la sentenza non riguarda il governo?
Il presidente che ha chiesto le dimissioni al ministro Idem, non ha nulla da dire al suo principale alleato? Il mancato pagamento dell’Ici vale più delle condanne, passate e presenti, già inflitte a Berlusconi? Questo secondo quale codice etico, civile, penale e politico?A prescindere persino da questa valutazione, può il governo fingere di non sapere che alcuni ministri hanno inveito contro i tribunali e annunciato: “La fine dello stato di diritto” e persino partecipato alla manifestazione “Siamo tutte puttane” , con rispetto parlando, per altro, di chi quel mestiere lo pratica con ben altra dignità.

La sentenza apre un grave problema politico, non solo per la nuova condanna inflitta al Cavaliere, ma anche per gli atteggiamenti e le reazioni di chi siede  nel governo e fa parte della maggioranza. Per costoro lo stato di diritto sarebbe morto perché i giudici non hanno creduto alla barzelletta dello zio egiziano e della piccola fiammiferaia e, di conseguenza, hanno considerato l’imputato un cittadino qualsiasi e non un sovrano sciolto dall’obbligo di rispettare le norme.

Tutto qui, ma questa è la profonda differenza, non ricomponibile, che passa tra chi crede nello stato di diritto e chi, invece, confida nello stato del dritto, inteso come furbo.
Mai come in questo caso una sola vocale fa davvero la differenza!

da “Il Fatto Quotidiano”

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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